FACCIA DI TELA SCURA
A Francis Bacon
Fu sulla lingua di bue tagliata a fette
che intonai per centomila volte
una canzone.
Andando avanti, seduto, come se fossero le cose ad andare indietro
vidi colature rosse di caldaie e radiatori
sentii puzza di gomma bruciata e bruciore alla gola;
nessuna parola ammainò l'attesa.
I fiori passano e corrono
gli alberi si sorpassano e corrono
le cose, le ruote bussano e corrono.
Tutto è fermo all’incontrario
anche l’opposta direzione del vento
reso ignudo dalle pieghe di una tenda
lucidata a specchio
posta tra le doppie ali gratinate
di un libro aperto.
Il colore scuro scompone e contagia
la timidezza congenita dell’etichetta: questa lo impone.
Tirata per il collo si disfa.
Si strozza, si strappa in prossimità dell’unico giogo cucito.
Tolgo il tappo ad una bottiglia sola che ha per nome qualche impronta
sulla patina di brina.
Ogni connotato, il nome presto spariranno ora che è vuota
mentre il fischio della latrina
continua a rodersi le dita.
Ho mangiato pane e olive greche
ho bevuto una birra bendata
ho rivisto il sole rosso che poco prima,
riflesso, ho creduto si trovasse dalla
parte opposta.
Un attimo di stordimento e poi …via col vento
ma sì, con quattro gambe.
Domani è un altro giorno
con due soli.
La vernice dell’asfalto è
il battistrada delle ruote.
Nelle ruote ho scolpito la storia
delle ruote
limando e allargando
i boccaporti anfibi.
Se potessi togliere dal cervello tutto ciò che di pesante lo ingombra e se potessi renderlo libero come quello che in qualche folata estiva vaga nei miei vent’anni, non in questo tempo senza volto, privo di identità, non più riconoscibile, fatto di segmenti ansimanti. Con un brivido ho sentito qualche cosa di metallico, come una grossa forchetta ricurva di alluminio che, grattando l’incavo delle ossa craniche, stacca, nettando, l’una faccia e l’altra, rispettosa dirimpettaia ad ogni costo pensante, di questa massa grigia e molliccia come vecchia nebbia che un tempo fu ardita e variopinta modella di pittore, richiamo e all’erta circonfusi di carne tritata resa compatta da un sacco anch’esso molle e trasparente, da riporre con cura e congelare, da pattume, o sterile custodia di preservativi da puttane.
Il treno si ferma e finisce ogni incanto.
Non si sfoglia la realtà, si leggono le pagine con l’intuito. Le dita ossute rimangono secche, questo sì, e partono in attesa di ogni movimento, si attaccano alla tessitura rachitica di poche ragnatele e morendo si cullano dosando i lamenti e soverchiando l’ultimo carbonico respiro; ogni celebrazione viene bloccata dall’assenza di tutto, i bei ricordi sono fantasmi il cui solo sentore palpabile di muffa arriva, si fa per dire, con l’incipiente approssimarsi del suono strabico delle catene, anche il rosso delle città d’agosto è disposto in quadrato per la lotta. Non l’ultima, né la prima del ritorno.
Poi rimane vuoto ogni guanto della vita.
Un metro verde acceso per portachiavi.
Un angelo di gesso acido ridotto in tanti pezzi.
Una bomboniera con il nastro azzurro
e piccole rose bianche finte.
Un’alzata di vetro e basta
sopra il tappetino del telefono che non squilla
il cui filo è servito ogni giorno
per impiccarsi alla vita.
Quante frange, questo sfilacciamento,
di tanto in tanto, là in mezzo,
una fune, per saltare
da una parte all’altra del burrone;
per non cadere nel precipizio.
G.S.
FACCIA DI TELA SCURA II
Francis Bacon è un grande pittore;
più di Tiziano, Leonardo, Michelangelo e Caravaggio messi insieme.
Ingres e Picasso sono un altro discorso,
Bacon non sarebbe mai esistito
se non ci fosse stato Ingres,
se non ci fosse stato Picasso.
G.S.
