LE CONCHIGLIE

VERSO MORANDI E MAGRITTE

 

15) GOCCE  FOSSILI, 1989

Olio su tavola, cm 32x50

 

 

16) GOCCE FOSSILI, 1989

Olio su tavola, cm 38x70

 

 

17) GOCCE FOSSILI, 1989

Olio su tela, cm 50x30

 

 

18) GOCCE FOSSILI, 1989

Olio su tela, cm 50x30

 

 

19) GOCCE FOSSILI, 1989

Olio su tavola, cm 50x30

 

 

20) GOCCIA FOSSILE, 1989

Olio su tavola, cm 50x30

 

 

21) GOCCIA FOSSILE, 1989

Olio su tavola, cm 40x30

 

 

22) GOCCE FOSSILI, 1989

Olio su tavola, cm 50x32

 

feliscatus@sicula.com

 

 

La strada che mi portava verso esiti morandiani prima e magrittiani poi smisi di percorrerla dopo breve tempo.

Da sempre ho un rapporto discontinuo e ambivalente  con Morandi. Vengo catturato dalla sintesi, e di concetto e di forma (dalla pasta del colore fluida - nelle ultime opere, che preferisco, piuttosto scarna - alla pennellata ultima, essenziale), che nei suoi quadri arriva a livelli molto alti, ma nello stesso tempo non capisco, né penso capirò mai, come un pittore possa dipingere lo stesso soggetto per tutta la vita; perché raggiunto un obiettivo, conquistato un territorio, non si mette alla ricerca di altro? Io ho sempre fatto così, mi sarei annoiato a morte altrimenti.

Qualcuno potrebbe rispondermi che in Morandi lo stesso tema diventa diverso, ricercato affinamento da un quadro al successivo. Potrei a mia volta dire che la monotonia, proprio per gli interrogativi che pone, rende se stessa terreno fertile e  invitante pretesto per cercare a tutti i costi una differenza che in fin dei conti non c'è. Ma tralasciando questo inciso che, a secondo dei punti di vista, può avere valore e può non averne,  ripeto: in certi momenti sento una parte dei suoi quadri molto, molto vicina.

 A pensarci bene Morandi e Velazquez non sono molto distanti. Mi riferisco al modo di stendere il colore, quasi alitando sulla tela, colore che poi si plasma da sé ed è in continuo fermento, quasi  fosse costituito da materia vivente. 

E  Magritte? Beh, Magritte l’ho sempre amato, totalmente; ma in quel periodo lo rifiutai. Perché? Non so. O meglio, è probabile che alla base dell’insofferenza e della rimozione di quel periodo ci fosse più di un motivo: primo fra tutti quello che riguardava i connotati della meta da raggiungere che da lontano vedevo privi di implicazioni oniriche e psicoanalitiche; anzi, il tutto doveva essere quanto mai esatto, sotto certi aspetti addirittura scientifico. Una conferma mi perviene, a distanza di tempo, dal quadro che, come un punto fermo di un’inderogabile ritorno all’ordine, dipinsi di rottura con un breve percorso che già in partenza non ritenevo in quel momento giusto, anche se nella pennellata e nei colori mostrava tracce più che evidenti di ciò contro cui andava: L’ombra della luce. Quadro che ripercorreva i canoni, i rapporti tra le varie parti e il metodo della costruzione di quei dipinti (il primo dei quali porta la data 1984) che chiamai Cose inutli, utili, necessarie, indispensabili. Quegli insiemi di elementi in un intoccabile (quattrocentesco) equilibrio eseguiti con estrema accuratezza e inseriti all’interno di strutture geometriche secondo calcolatissime proporzioni.

G.S.

23) GOCCE FOSSILI, 1989

Olio su tavola, cm 50x30

 

 

24) L'OMBRA DELLA LUCE, 1989

Olio su tavola, cm 38x29