GASPARE SICULA

FELISCATUS

 

Gaspare Sicula nasce nel 1954 A Partinico in provincia di Palermo. Comincia a dipingere prima ancora di imparare a leggere e scrivere. Ancora adolescente espone nella natia Sicilia, la sua prima mostra personale risale al 1972; nel 1983 si trasferisce definitivamente a Tortona.

La sua attività di pittore è caratterizzata da intensi cicli, spesso poderosi, monumentali per tutto ciò che toccano, per gli allargamenti e le continue derivazioni che egli porta alle estreme conseguenze esplorandoli con caparbietà anche a latitudini impensabili, a volte con pressante coinvolgimento fisico che l’opera poi trasmette tanto da risultare assai convincente.

Il periodo che va dal 1986 al 1991 e che si svolge a Milano è un susseguirsi di mostre e di temi, di conquiste pittoriche che hanno un preciso, prioritario obiettivo: nella costruzione e non nel disfacimento, la riappropriazione della grande tradizione artistica italiana.

Espone poi a Brescia, Acqui Terme (Palazzo Robellini), Casale Monferrato (Chiesa della Misericordia), Gavi Ligure, Tortona, Genova (Facoltà di Magistero, Chiesa di S. Maria di Castello), Milano, Sirmione, Voghera, Piacenza, Venezia, Asolo.

Gaspare Sicula ha sempre sognato di fare la Natura Viva ideale. Un incontro armonioso ed equilibrato tra frutti e geometria: questa è la natura viva. Viva perché fatta di frutti della mente, perché vive di contrapposti; tridimensionale nella nostra mente perché è insieme anima e corpo.

Gli elementi basilari che regolano la vita e le leggi matematiche che governano l’universo sono il DNA della Natura Viva.

Il sapore del frutto dipinto e l’esattezza della geometria; la precisione naturalistica del frutto si contrappone prima, e giustappone poi - nella realtà vissuta, e quindi nella vita dipinta - all’assoluta misura dello spazio che lo circonda.

Si potrebbe a prima vista pensare al frutto come corpo e allo spazio circostante come anima, ma in una visione globale, in una fusione piena ed equilibrata dove l’intercambiabilità dei ruoli diventa simultanea, può essere vero anche il contrario. Ed è vero perché il frutto è tanto meno frutto quanto più diventa pittura, e lo spazio calibrato tanto più reale quanto più si avvicina al pensiero.

Quando Gaspare andava all’Ambrosiana, nel silenzio amava camminare sul pavimento deserto, allargato, che risuonava di passi colorati pronti ad assaporare gli echi di chi, venuto da molto lontano, con lui graduava lo spazio nell’immenso, immutabile alveo della bellezza. E passeggiava toccando con lo sguardo e con l’intelletto l’essenza del Canestra di Caravaggio, mai più da lui ripetuta in quello splendido, unico dispiegamento non naturalistico di contrappunti.

Gaspare faceva soltanto finta di sfiorare la patina magica e preziosa di una dimensione esatta di luce ideale nella penombra del reale per cercare di risucchiarne la vita nella vulnerabilità della sorpresa, nell’illuminazione improvvisa.

Sentiva quel piccolo dipinto di Caravaggio vicino ai frutti di Crivelli, alla conchiglia di Piero della Francesca e ai colori di Mantegna, mentre tra esso e le nature morte di Baschenis, quelle sì quotidiane e utilitarie, trovava un evidente, incolmabile abisso.

Il cammino per riuscire a fare un quadro di Frutta Vivente è molto lungo, ha punti di partenza assai lontani nel tempo, radici molto profonde. Come l’ebbrezza di armonia spaziale che Gaspare, bambino, riceveva dal contatto fisico con la bellezza del Tempio Greco di Segesta. Ordine perfetto che s’incontrava con l’ammirazione che provava davanti al senso estetico e all’abilità manuale della madre, grande ricamatrice. Della capacità per la quale era stata apprezzata, giovanissima, dagli intenditori americani, in seguito, Gaspare fece tesoro nell’apporre lui stesso il disegno che sapeva di acanto, di arabeschi, di volute barocche, di danze e abiti spagnoli sui fili di purissimo lino, misto lino, mussola, seta, che ella, più tardi, nella sua azienda avrebbe elaborato.

E quell’amore tattile, il profumo, quella sensazione unica di attaccamento al supporto principe della pittura che è il lino, non lo ha mai abbandonato.

Gaspare entrò al Liceo Artistico poco meno che quattordicenne, ma aveva già sperimentato quasi tutte le tecniche pittoriche. A cinque anni dipingeva, cominciava a modellare la creta, intagliava il legno; qualche anno dopo si dedicava anche a scolpire il marmo.

A undici anni iniziò a dipingere ad olio.

Varcata la soglia del Liceo si infrangeva un idillio con un futuro possibile che aveva coltivato per tanto tempo: aveva forse sognato, forse immaginato di trovare, se non proprio una Bottega del Quattrocento, quanto meno un ambiente fisico accogliente che invitasse alla riflessione e predisponesse alla bellezza. Si trovò, invece, in uno squallido edificio per appartamenti, male adattato, che trasudava apatia, a volte persino ostilità, da ogni muro. Conduceva la sua vita di studente in bianco e nero (perché di rado - e non certo per noncuranza dei docenti, bensì per notevoli carenze delle strutture scolastiche, nei mezzi e nei programmi – la stesura di un’opera andava al di là del disegno) e a casa , la sua vita di pittore.

Preferì la Facoltà di Architettura all’Accademia, perché nessuno venisse a entrare nel suo mondo e nelle sue scelte già compiute, imponendo dettami tecnici e stili, magari male acquisiti, che aborriva, le cui giustificazioni non lo interessavano minimamente. Si trovò a frequentare per alcuni anni un ambiente difficile e grigio. Nel contempo lavorava, la notte disegnava e d’estate dipingeva.

Nell’83 lasciò la Sicilia, abbandonando studi e quel lavoro familiare per trasferirsi a Tortona e vedersi nella condizione di ricominciare daccapo.

Al Politecnico di Milano dove si era recato per finire gli studi e laurearsi, rimase folgorato da una riproduzione di Guernica di Pablo Picasso. Non per ammirazione o desiderio di emulazione, ma per il bisogno di ripristinare un ordine che sentiva ormai minacciato nella stessa "memoria d’esistenza".

Cominciò allora una nuova vita: la vita di pittore totale. I suoi giorni e le sue notti si fecero finalmente pittura.

Iniziò a lavorare ininterrottamente, riversando pittura su pittura, quadri su quadri, idee su idee, sino a non farcela più, sino a che gli occhi non si asciugarono rifiutandosi così di assecondarlo nella vitalità che lo dominava. Cosa che puntualmente si verificò nei primi mesi del ’90 e di cui aveva già avuto qualche avvisaglia due anni prima.

L’impossibilità di lavorare perché quello che era lo specchio della sua anima, ormai opaco e privo di senso, gli si era voltato contro, una pausa sofferta di tre lunghissimi anni.

O meglio, qualche cosa riusciva a fare, ma era sempre troppo poco per la sua amata arte, e la fatica aveva il sopravvento.

Poi, qualcosa nuovamente successe, e all’improvviso tutto cominciò a "filare". La voglia di ascoltare i grandi maestri, non perché Gaspare sia un malato di passato, un patito della ricerca del tempo perduto, ma piuttosto per ascoltare "a colori" quella perfezione che c’è in se stesso.

In pittura si avvicinò al "Gatto" solo quando si ritrovò pienamente nel volto e negli occhi di un gatto. Quel gatto, proprio quello e nessun altro; occhi azzurri come il suo azzurro mare siciliano, quello dei suoi dieci anni. Già, di un’altra vita impossibile da dimenticare.

 

Negli interstizi rabeschi, musivi, d’erba e terracotta, tra dritta e manca, in un’ isola di barche tra poppa e prora, col sereno: e poi ci fu la pioggia!, le visioni del pittore - che prima aveva così ben dismesso dalla memoria stagionata - e della sua vita dipinta coi suoi miagolii e le continue zampate all’usuale sequenza del tempo, gli si fanno attorno, mai sbiadite, pungenti con un sottile retrogusto citrico, saldate alle sue interminabili passeggiate in ore silenziose molti e molti anni dopo.

Lui e il suo corpo dentro la città, le sue dita tra ordito e trama e le sue mani tra la tela e i colori, chiuso e insensibile a qualunque mutamento di tendenza e di stile, un personaggio collocabile in una Sicilia rinascimentale ma anche in un romanzo come il Gattopardo.

In questi ultimi due anni Gaspare si è impegnato a realizzare soprattutto opere della serie Nature Vive, forse la sua grande espressione.

Arance che odorano di aspro, che non si rassegnano a dimenticare la terra natia, arance che pensano, così intensamente Vive da sentirsi protagoniste in una prospettiva quasi sempre grigio-azzurra. Lo scenario teatrale della propria vita acerba, in compagnia a volte di uno stanco peperone posto appena al piano di sotto, l’inquilino accanto.

Ed è proprio quest’apparente prospettiva, falsamente identificata con il grigiore delle città del nord, che vive invece nel profondo dell’anima siciliana di Gaspare Sicula.

Marika Lion

 

feliscatus@sicula.com