MAESTRO INGRES
RAFFAELLO La Fornarina (part.), 1518/19 - Olio su tavola, cm 85 x 60.
INGRES La Grande Odalisca (part.), 1814 - Olio su tela, cm 91 x 162.
SICULA La Grande Odalisca da Ingres, 1997 - Olio su tela, cm 39 x 40.
Con La morte di Marat di David viene rivelata la modernità di Caravaggio. La luce che piove da destra in alto con una pennellata fratta, vibrante, recupera quella della Vocazione di S. Matteo, l’universale pienezza del vuoto del Seppellimento di S. Lucia, la forza divina del colore rosso, dorato, corroso dell’abbagliante, miracoloso chiarore che all’improvviso investe la Resurrezione di Lazzaro, e viene quindi sciorinata, ben celata - e proprio per questo quanto mai attiva - alle frange di allievi, dai primitivi agli epigoni rococò, perché nel tempo a venire fosse distribuita a "macchia d’olio" a chi era in grado di scovarla.
La morte di un amico porta la storia alla domestica quotidianità dell’assoluto.
E in Madame Récamier s’incontrano David, Ingres, la pennellata, il colore, la moderna concezione dell’arte. Sullo sfondo ci sono già i cieli stellati delle notti turbolente di Van Gogh.
Non c’è Ingres senza David. Non c’è David senza il Neoclassicismo.
Che il Cubismo periferico e galleggiante debba l’accensione, l’innesco per una buona e sostituibile parte della sua fortuna a Cézanne lo sanno non solo tutti ma anche, proprio perché le più dure a morire sono le credenze radicate (e bisognerebbe mettere in discussione anche le certezze "certe" per far sì che con talento possano nascere le certezze assolute, figlie legittime dei dubbi), quelli che dopo di noi verranno. Non è invece stato indagato sino in fondo su quanto effettivamente Picasso (che non è tutto il Cubismo, ma è quella parte di esso che arriva sino a noi e per gemmazione ha generato buona parte dell’ Arte Moderna) debba ad Ingres. E non mi riferisco tanto al Bagno Turco e alle positure delle Demoiselles d’Avignon, ai tanti quadri del periodo rosa e al ritorno all’ordine degli anni venti, ciò è fin troppo evidente, addirittura elementare. L’essenza del cubismo è all’interno della totalità dell’opera di Ingres. Di sicuro c’è, e in quantità copiosa, ma può risultare non facilmente comprensibile, nel singolo quadro. E’ attaccata all’incredibile presenza d’artista nella totalità costante della sua "vita d’artista" modellata da una saldezza plastico-comica del tutto personale, unica, per la quale l’importanza del soggetto diventa trascurabile.
C’è in Ingres una razionale ed intuitiva deformazione dagli occhi mistici e le mani laiche, ironica quanto basta, che trova origini in Paolo Uccello, che passando per il Bronzino arriva, pungendo il simbolista Vallotton, ai surrealisti.
Il ruolo degli impressionisti sullo sviluppo dell’Arte Moderna è assai circoscritto. Ingres è contemporaneo degli impressionisti. Ma è anche contemporaneo di Mantegna, di Fouquet, di El Greco, di Velàzquez, di Degas, di Bacon, di Kounellis.
Nelle aberrazioni formali (intezionali!), in special modo nelle distorsioni anatomiche, mirate e irrinunciabili, all’interno di uno spazio -nelle alte creste "esistenziale distaccato" come alcune "lotte libere" di Pollock - calcolatissimo, misurato come mai prima di Ingres (che chiama a sé ed assorbe appieno la vertigine estetica del Rinascimento nostro e altrui) era successo, c’è il Maestro.
Ingres: figura-circonvoluzione d’apertura-pittura tutt’attorno ai suoi incisi, ad un tempo adimensionali e plastici, cromatico-musicali.
Ha disseminato nel tempo a lui succeduto - e con nuovo vigore sul nostro futuro prossimo venturo - più che sollecitazioni, suggerimenti e financo alcune forme precise da accettare senza alterazione che non sia una sorta di adeguamento psicologico; strade aperte, piazze, che vanno con un ventaglio largo (ah, quel ventaglio così estraneo alla metafora!) dall’astrazione alla surrealtà, per chi come Picasso ha saputo guardare ciò che appare e non solo.
E Picasso eccome se lo ha guardato, Ingres.
Pensava a lui anche quando guardava ad altri pittori. Nella sua lunga attività è stato condizionato dalla presenza incombente di Ingres. Da Ingres ha preso il via buona parte della pittura moderna, che anche per questo ha legami solidi, molto di più di quanto non si creda, con la pittura antica e rinascimentale: quella inestimabile via pittorica fatta di immagini che le immagini di superficie celano.
L’arte ordinata e classica del Rinascimento: la tela intuitiva e stilistica su cui l’Arte Moderna poggia.
Se da un lato Madame Riviere appare dipinta su una superficie convessa e si manifesta in tutta la sua rotazione nella scomposizione di sé e dello spazio, dall’altro la straordinaria costruzione formale e cromatica ne rallenta la lettura e la decodificazione. Lettura che si rese possibile - grande Ingres nella veste di divertito creatore di rebus! – solo a occhi acutamente smaliziati e abili che seppero leggere nel dipinto il codice cifrato di inestimabili invenzioni cubiste, che si spingono persino alle dinamiche profondità psicologico-futuriste molto di là da venire.
La derivazione è poi diretta nella Donna in poltrona. Derivazione, quindi, classica. Come tutta l’arte di Picasso: anche quando copierà Courbet o Delacroix lo farà ordinando il tutto sotto le grandi mani di Ingres.
Monsieur Bertin, il futurista. I suoi capelli dicono che da tempo immemorabile scrolla la testa e i muscoli della sua faccia, dotti di moto lento, ondeggiano come quelli di Walter Matthau, lasciano nella memoria ottica di chi sta a guardare strisce trasversali, incollate, asciutte, spalmate di dondolante diniego. Da una ripresa, appunto, rallentata, a una spanna di fiato le distorsioni dinamiche di Boccioni, gli sfregazzi, tracce ferite d’esistenza, di Bacon. Il dolore provocato dagli artigli conficcati alle ginocchia lo fanno alzare imponente, e va, nel tempo, egli volando, chiudendo le larghe ali bruno-seppia di risacca marina, si siede, angelo mistero dell’arte, vicino a Gertrude Stein, modellandone, con storie d’altri tempi, mimica e colore: bruno di quel Van Dyck non amato e seppia di posidonia distesa sulla sabbia. L’altra mimica, nascosta, ben piantata, d’estrazione ondivaga; e nella terracotta policroma il colore resta scolpito.
L’indice paffuto, appuntito, smussato, dolcemente piegato di Madame Moitessier, seduta. Non ne tiene la tempia né da questa è tenuto. Sta per sgrillare, schioccare sul dito che segue; è fatto di morbida carne, colore liquido che è quello in cui i nudi giravolte di gatti felici sciolgono la voluttà dello spazio che li accoglie arricchendolo di muliebre attesa scultorea. Ah, quella mano, quella mano! Che danza da trapezio sulla tela mollemente stirata, che salti mortali e capriole! Che occhi lucenti! Oh, lei s’è girata. Quel dito ha aperto gli altri a ventaglio: così essi sobbalzano vibrando alte frequenze. A percussione sfiora e poi rintuzza, ancora spinge con grazia sicura a spirale. E il cagnolino salta, rincorre le zampe seguenti, attorce la catena celere dell’orologio di Balla.
Quei colli dalla dimensione innaturale, rigonfi e pronti a respingere il colpo; elastici e persino capaci di rigenerare teste mozzate (strano collegamento, attraverso David, il terrore della decapitazione del Merisi!) contenuti a stento da un’elegante e poetica linea Nereide.
In quei colli c’è lo stravolgimento di un’epoca; il capovolgimento della storia. L’irreversibilità di un evento, innumerevoli vite che vanno altrove.
Ingres attaccava ad un collo una testa che non c’era più. E lo faceva nel modo migliore possibile; nel modo in cui lo stesso collo meglio potesse trattenerla. Quindi, ingrossandolo a dismisura e rimpicciolendo la testa, incassando quest’ultima sino quasi a farla sparire, a comprimerla verso questo "ponte dei sospiri" del corpo divenuto luogo depositario di una enorme quantità di energia.
E’ assurdo parlare di disfunsioni tiroidee, neanche a pensarci a deformazioni casuali, non volute o, figuriamoci, dovute alla fretta, all’incapacità di una corretta lettura anatomica del modello. Piuttosto, prima di tutto, bisogna pensare all’universalità e inconsistenza per immedesimazione del modello stesso. E’ comune, e forse automatico, nei pittori partire da ciò che meglio conoscono, cioè dal loro corpo per la struttura ossea del loro lavoro. Ma evidentemente qui entrano in gioco altri fattori che vanno ben al di là della fisicità di Ingres e dei suoi modelli.
Si potrebbe parlare della Venere(?) del Trono Ludovisi. Anche di Flaxman, di Cornelius e dei dipinti di Ercolano. Ma sono tutta un’altra cosa. Sarebbe più giusto parlare, invece, del presunto Autoritratto di Giorgione conservato a Braunschweig, utilizzato dallo stesso pittore probabilmente per un David con la testa mozzata di Golia. Straordinario dipinto in cui la curvatura del mento e la piegatura verso il basso del labbro superiore, immettono all’interno del corpo una vorticosa, enorme quantità d’aria che viene spinta verso il torace buio, per poi fuoriuscire, di getto, sotto forma di scatto verso l’alto del volto. Plastico moto muto subito frenato - in un incredibile, titanico scontro di forze avverse – dallo sguardo severo, crucciato e dal buio torace inghiottito.
Incantevole, incantevole piccola tela: quanti segreti elargisce stringendo e contiene!
Quei colli! A prima vista possono apparire come l’affioramento, non si sa fino a che punto consapevole, di una precisa forma-testimonianza di avvenimenti di tale potenza da lasciare, dall’infanzia all’adolescenza e oltre, una marcata, indelebile traccia-turbamento, che poi, appunto, ad una lettura superficiale si risolve in una deformazione anatomica più o meno accentuata. Invece, ad un esame approfondito, si rivela come un’invenzione formale grandiosa, dalla portata e dagli sviluppi futuri, ad opera di altri, davvero incommensurabili.
La capacità di imprigionare in una piccola parte del corpo - a livello simbolico di passaggio e di unione tra ragione e sentimento - tutta l’energia di un’epoca, è scolpita dal fatto che l’inglobamento di questa durissima mole di vitalità viene fatto da un individuo pronto a scoprire nella realtà le forze più contratte della natura, raggruppate in seguito con metodo da certosino, in una fase della sua vita (l’adolescenza pittorica) importantissima dal punto di vista formativo; coincidente, nella storia umana, con un periodo in cui viene scardinato qualcosa che nei secoli e dai secoli era stato consolidato.
Questa capacità è tanto più potente quanto meno è visibile, camuffata dalla dolcezza e sinuosità del corpo di cui fa parte e da cui questa potenza proviene, opposta alla purezza cristallina delle stesure cromatiche, perciò pervase da una sconvolgente energia difficile da comprendere in un colpo solo. Ed è per questo motivo che Ingres verrà scoperto costantemente e gradualmente. Ognuno vi attingerà a suo modo.
G.S
DAVID
Madame Récamier, 1800
INGRES PICASSO
Il marchese de Pastoret, 1826 Fanciullo di profilo con collarino, 1905
Monsieur Bertin, 1832 Gertrude Stein, 1906
Bagno Turco, 1859/63 Les Demoiselles D’Avignon, 1907
Madame Rivière, 1805 Donna in poltrona, 1913
Bagno Turco (part.) Bagnanti (part.), 1918
Madame Moitissier, 1852/56 Donna che legge, 1920
Virgilio legge l’Eneide a Livia, Tre donne alla fontana, 1921
Ottavia e Augusto, 1812
Il martirio di San Sinforiano, 1834
Il martirio di San Sinforiano (part.) Guernica, 1937
Il martirio di San Sinforiano (part.) Guernica (part.)
Paolo e Francesca sorpresi da Guernica (part.)
Gianciotto, 1819
Ruggero libera Angelica, 1819 Due donne che corrono sulla spiaggia, 1922
L’Odalisca con la schiava, 1839 Le donne d’Algeri, 1955
DELACROIX
Donne d’Algeri nel loro appartamento, 1834