ONDE A DONDOLO
1) ONDE A DONDOLO. 1990 - Legno, legno dipinto. cm 19,5x41x12
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2) IL CAVALLO E IL DONDOLO. 1989 Legno, cuoio. cm 43x60x22
3) RUOTA A DONDOLO. 1989 Legno. cm 43x41x25
4) CAVALLUCCIO A DONDOLO. 1990 Legno, legno dipinto, ippocampo. cm 30x71x26
5) CAVALLI A DONDOLO. 1990 Legno, plastica. cm 43x19x25
6) LA CAVALLETTA, IL CAVALLUCCIO, IL CAVALLETTO A DONDOLO. 1990 Legno. cm 64x63x27
7) CAVALLUCCIO A DONDOLO. 1990 Legno, ippocampo. cm 23x41x12,5
8) CAVALLETTO E CAVALLUCCIO A DONDOLO. 1990 Legno, ippocampo. cm 55,5x45x14,5
9) CAVALLETTA A DONDOLO. 1990 Legno. cm 21,5x42x11,5
10) LA RUOTA CHE SI SCHIUDE. 1990 Legno, legno dipinto, terracotta, ippocampo. cm 41x78x43
11) RUOTA A DONDOLO. 1990 Legno. cm 31x53x22,5
12) IL CIELO, IL MARE, LE ONDE, I MONTI, LA TERRA, LA LUNA, LA STELLA, IL CAVALLETTO: TUTTO A DONDOLO. 1990 Legno, legno e terracotta dipinti, tessuto. cm 83x35x30
13) LE RUOTE E IL DONDOLO. 1990 Legno. cm 33x110x63,5
14) RUOTA DI ONDE. 1990 Legno, legno dipinto. cm 17x20x5
15) CAVALLUCCIO A DONDOLO. 1990 Legno, ippocampo. cm 17,5x39x8
16) CAVALLUCCIO A DONDOLO. 1990 Legno, legno dipinto. cm 18x39x8
17) MONUMENTO A GARIBALDI. 1990/91 Legno dipinto, tempera e olio su tela e tavola, terracotta. cm 324x112x137
18) ONDE E CAVALLETTO A DONDOLO. 1991 Legno, cartone. cm 97x32x35
19) CAVALLETTO A DONDOLO. 1991 Legno, tempera su cartone, cm 42,5x24x9,5
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La
sequenza figurativa di una scultura “raccontata”
deve avere il potere di raggomitolarsi tra aria ferma e burrasca, quiete,
fremito. Apparire prorompente in una purissima essenza visiva suscitatrice
di suoni sospesi a metà strada tra il canto di una Sirena e il sussurro
di un fiore. Il
motivo per cui un monumento prende consistenza non è solo il bisogno
evidente di collegamenti storici, ma anche, e prima di tutto, la volontà
di catapultare un pensiero e di farlo planare su ondulazioni estetiche. Ma
quanto dista, in fin dei conti, la storia dalla storia dell’arte? Le
piazze d’Italia sono piene di convergenti strutture equestri che fermano
con zampe poggiate su erba di bronzo un improbabile movimento, un ancor più
improbabile nitrito a testa alta e una sciabola oramai anacronistica
sguainata per colpire un nemico che combatte con armi totalmente diverse e
di gran lunga più potenti di una lama rutilante. Ho
prolungato il ventaglio dell’azione. La volontà non mi è mancata per
far sì che un monumento non si rivelasse cosa effimera, vuoto contenitore
di vuoto, covo pensile di piccioni metropolitani divenuti sedentari perché
stanchi di viaggiare, ma un racconto vivo, attuale, che richiede
compiacimento profondo, partecipazione non fisica senza percorsi obbligati
il più delle volte inutili passeggiate all’interno del nulla; senza
sbarramenti, non solo acustici, atti ad impedire il dolce canto della pura
bellezza. Il
mio è un racconto di colori aereo, ad un tempo assai semplice e
totalmente compiuto per la grandezza senza età che lo ispira, linfa
stretta e salmastra. Appallottolandosi,
giravolte su circumnavigazioni si sono avviate con gioiosa disinvoltura
per raggiungere l’acqua, e con le nuvole, distese su crude insicurezze
oramai sopite in una memoria che fu, hanno ripreso un cammino privo di
tentennamenti. Io,
cantastorie di ogni dì in una terra magica né lontana né vicina, ad
ogni piè sospinto non perdo occasioni, attirandole a me come se fossero
di paglia, non fuochi ma incendi lavici per impronte indelebili, reperti
che verranno. Tra i Paladini di Francia per un novello eroe rinvigorito in
una più moderna versione di imprese uniche, in una fantasia di quartiere,
in una strada chiamata per nome oppure in un passo, mi piaceva raccontare
di un grande uomo. Ordunque l’ho fatto. Penso
di essere riuscito a non cadere nei filari tortuosi e melliflui della
retorica. Sentieri oppure viali stucchevoli, reali, su cui un tema così
impegnativo, ed è più di una ragionevole parvenza, non mimetizza e
chiude ma spalanca infinite trappole. Così
mi sono girato e per qualche mese sono stato corpo incorporeo in un
viaggio esaltante fuori dalla normale sequenza del tempo tra la storia e
un’imberbe e distratta estetica. Processo in parte irreversibile giacché
ciò che in memoria si accatasta in memoria si cementa, sedimento per
nuova portanza si spera affatto diversa. Per
mezzo della pittura, della scultura, del disegno, sono diventato una
staffetta circolare ma non ambigua che si è mossa contemporaneamente in
due territori diversi. Confini invisibili mi hanno accolto guerriero
acrobata dandomi il permesso di scorgere anche
da lontano, e quindi di sorvolare, la banalità, per arrivare alla vera
sostanza, sentita, provocante quanto bastava a non permettere all’occhio
di allontanarsi e di adagiarsi sulle uniformi distese dell’indifferenza. Lungo
un collegamento elastico che poteva essere dilatato a dismisura, che per
contro poteva ritirarsi tanto da ridurre in un sol punto due estremità in
apparenza lontane, contrazioni e rilassamenti. Su queste pulsazioni che
affermavano a gran voce la loro vitalità, io, cavalluccio funambolo, mi
sono “spontaneamente invitato” ad eseguire, ancora una volta con una
mimica parsimoniosa, stupore e contentezza. Chissà
cosa pensa un cavallo di cuoio mentre guarda un cavallo a dondolo che si
culla per mezzo di un impasto di segatura e frammenti di legno, rami
secchi sminuzzati, briciole di foglie, spago e colla, e sta per fermarsi
su un cavalletto a dondolo? Forse
alla tenera e malinconica intesa tra il piccolo dondolo che fa capolino da
una ruota che si schiude e un cavalluccio marino che, essendosi privato
appena in tempo di un’identità ben precisa, o meglio avendo come suo
“essere in un luogo” la somma corpulenta di un insieme concitato di
identità fiere e imprescindibili, mentre si culla sulle onde che scorrono
su un cavalletto non bagnato, trova, dopo averlo cercato affannosamente
per mare ma anche per terra, il magico facitore di rallentati movimenti
curvilinei che aveva assistito, non visto, alla perdita di se stesso. Dopo
la caduta di una ruota mi ritrovo circondato da un insieme pressoché
infinito di dondoli. Più o meno grandi e più o meno piccoli; alcuni
cosparsi di un pallido rosso, altri polverosi che quel colore stavano per
abbandonare o avevano abbandonato in una spoglia memoria del mare. E il
granello più piccolo? Quanto è piccolo il granello più piccolo? E
cos’è? La
mancata formulazione della domanda dà la risposta. E se ruota
all’occorrenza sarà dondolo, se dondolo ruota. G.S.
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