ERCOLE, AMLETO E DON CHISCIOTTE

1) HEAD, 1991/2002 - Olio su tela, cm 70x70

2) RINGHIOSO VENTO CHE STRIDI, 2002

Olio su cartone, cm 25x25,5

 

 

3) IL GIGANTE, 2002

Olio su cartone, cm 30x24

 

 

4) TESSERE DI VOLTO, 2002

Olio su cartone, cm 12,5x12,5

 

 

5) L'ARMATA, 2002

Olio su cartone, cm 22x17

 

 

6) IL GRANDE SERPENTE, 2002

Olio su cartone, cm 16,5x10

 

 

7) IL RIPOSO DEL GUERRIERO, 2002

Olio su cartone, cm 17,5x13

 

 

8) IL RIPOSO DEL GUERRIERO II, 2002

Olio su cartone, cm 18x15

 

 

9) TRE FATICHE, 2002

Olio su cartone, cm 25x28

 

 

10) DON CHISCIOTTE E DULCINEA, 2002

Olio su cartone, cm 15,5x29,5

 

 

11) DON CHISCIOTTE E SANCIO PANZA, 2002

Olio su cartone, cm 7,5x24

 

 

12) DUE FATICHE, 2002

Olio su cartone, cm 13,5x35

 

 

13) LA PORTA DELL'ADE, 2002

Olio su cartone, cm 9x35

 

 

14) DEJANIRA, OFELIA E DULCINEA, 2002

Matita su cartone, cm 34,5x24

 

 

15) NESSO E DEJANIRA, 2002

Matita su cartone, cm 28x26,5

 

 

16) SANGUE DI NESSO, 2002

Olio su cartone, cm 20,5x23

 

 

17) IL SIPARIO DEL TEATRO DELLA VITA, 2002

Olio su cartone, cm 27x27

 

 

18) DON CHISCIOTTE, 1987/2002

Olio su tela, cm 170x100

 

 

19) DULCINEA, 2002

Olio su tela, cm 120x60

 

 

20) AMLETO III,  1984/ 2002

Olio su tela, cm 80x80

 

 

21) OFELIA, 1984/2002

Olio su tela, cm 50x50

 

 

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Milioni di parole frattali e di nerissimi neri in fondo all'abisso del frattale ultimo che di nero illumina l'ultimo quadro e il fuoco fatuo di una vita ancora da conoscere, mai dipinta. Vita che adesso irrompe squarciando le tende di una porta da sempre sepolta; porta di conchiglie e di stiletti flagellati dall'aria intrusa e salsa, annegati nei flutti e tra le acciughe salate del nulla.

Don Chisciotte perciò Cervantes e di volta in volta gatto quindi me: cavalletto e cavallo.

Don Chisciotte e Sancio Panza, storia espressa dalla sua stessa sostanza, idea che collima con la forma piegando i secoli e il tempo sullo spessore di un foglio che dovrà essere dispiegato per guardare al di là e al di qua dell’acqua, in quella lieve acqua del passo che fa eco alla parola, ad un intreccio di parole. Ed è quell’intreccio vocale che l’enigma di Amleto diluisce e su di esso naviga, ma anche il passo di mani pensanti e il disincanto del moto avuto facendo volare tumultuosi il sibilo con le voci dei cavalli a vento, delle pale feline, nel canto e nel cemento. Ah, dipingere con la passione di un serpente per l’infinito mare in una spirale ininterrotta, in una ruota caduta e frantumata!

Tutta la nebbia e tutto il fumo da Ercole a un guercio sciolti in un batter di ciglia dal moto ansimante e dal sospiro stanco di un mimo. Dalla sua morte statue di cani vivi sopra i rosei e visionari muri di Palagonia e nell’aria nera e disperata dei Vespri Siciliani l’ultimo clamoroso guaito impacchetta la Gorgone a tre gambe, la carta rilegata del mito, il buio e la carta pesta dei sogni.

Si ferma e giace la noce di Peggy. Scuote lo scudo agitando le dita, additando il vuoto dilapidato dal dislocamento locos forzato di ogni cosa, liberato e poi lasciato da un’improvvisa  fuga iniziatica. Si ferma e giace con un punto rosso fuori e l’altro dentro. Tutto è tenuto dal niente sul limitar di quel solo punto accovacciato sulle dipanate note, ora leggiadre,  di un topo più bianco del mare preda dell’ira. Una noce che ha sanato le sue ferite, che avanzando curva e muove lo scudo eccentrico. Si ferma e tace, la noce di Peggy, tra bianche onde di peli di gatto, ad un tiro di voce dal candido topo che contiene e tiene i confini del mondo, l’iperboreo mondo in un notturno frutto d’Esperia. Promontorium Sacrum e il sipario del teatro della vita.

Cadendo lungo l’ansa di un’erma di flipper un monocolo riflettente guarda la scala nera da Ernst a Van Gogh, punto lesto un piccione impiccato in volo il giusto contrappeso. Nell’arrampicata artefatta precipita e ammutolisce il fiato di vuote trombe trionfali e dei semi di zucca accampati per tempo a tenere in bilico screziati sedili di legno, perché chiaramente la luce buia possa impilare finalmente un sogno mancante dopo l’altro.

In questo quadro c’è tutto: il mito, lo sfarfallio delle voci della natura, i riccioli degli acuti alla luna di vetro graffiato, il salto a piè pari, l’isola del tesoro in costume da bagno a righe orizzontali "accarpate" e non, sul davanzale o al di fuori; c’è il massacro e la non-morte della pittura tutta, della letteratura che scrive per sé il doppio di ciò che non lo è,  il bianco lamento della sua storia sanguinante e stagnante, nella calma apparente e turgida, nella perenne nenia, nella luce affettata sempre irrimediabilmente assente.

G.S.