FRANKENSTEIN
1) FRANKENSTEIN (part.), 2006 - Pastello e tempera su cartone, 50x40
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2) DON CHISCIOTTE, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 40x30
3) DULCINEA, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 40x30
4) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 40x30
5) LA DONNA DI FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 42x40
6) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 30x40
7) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 30x40
8) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, 41x42
9) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 40x30
10) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 40x30
11) CACTUS-FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su tela, cm 50x50
12) LA DONNA DI FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su tela, cm 70x60
13) CACTUS-FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 50x40
14) CACTUS-FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 50x40
15) VENERE ALLO SPECCHIO DA VELAZQUEZ, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 32x50
16) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 50x32
17) LA DONNA DI FRANKENSTEIN CHE DANZA, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 50x32
18) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 50x40
19) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 51x36
20) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 50x32
21) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 36x51
22) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 36x50
23) FRANKENSTEIN E LA SFINGE, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 51x72
24) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 72x50
25) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 50x32
26) FRANKENSTEIN, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 50x72
27) FRANKENSTEIN, 2006 Olio su plastica, cm 260x104
28) FRANKENSTEIN, 2006 Olio su plastica, 320x220
29) FRANKENSTEIN, 2006 Olio su plastica, cm 320x150
30) FRANKENSTEIN, 2006 Olio su plastica, cm 320x205
31) FRANKENSTEIN, 2006 Olio su plastica, cm 150x217
32) DON CHISCIOTTE-FRANKENSTEIN, 2006 Materiali vari, cm 341x132x106
33) FRANKENSTEIN, 2006 Materiali vari, cm 356x252x100
34) FRANKENSTEIN: Sculture e dipinti al Museo Orsi, 2006
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Victor
Frankenstein non lo dice al giovane navigatore, all’esploratore
ambizioso Robert Walton, e non lo dice a noi, attraverso quali
straordinarie scoperte egli sia riuscito a trasmettere la vita ad un
assemblaggio di pezzi inanimati. La genesi del mio Frankenstein (nell’uso comune creatore e creatura) invece è molto chiara: dalla faccia di Don Chisciotte, che nel 2002 inglobava quelle di Ercole e Amleto – ognuno, a suo modo, eroe errante in un mondo parallelo fatto di parola e letteratura; miti certamente, e punti di riferimento che dal dubbio alla forza, dal sogno alla menzogna e alla follia, dal coraggio alla caparbietà, alla crudeltà spinta sino a dar voce alla feroce e amara vendetta, trovano definizione e risposta a tanta parte dei comportamenti umani – dalla loro faccia, quindi, e in seguito anche, con alcune modifiche, da quella di Dulcinea, arricchendola di percorsi viari e fluviali, divenuti vasi sanguigni, cicatrici di grezzi punti di sutura, gangli nervosi, e soprattutto fulmini, secondo le trascrizioni cinematografiche la “scintilla della vita”, il Frankenstein dipinto vive. Vive la sua vita di pensiero e colore. Per quello che riguarda il corpo, inizialmente ho usato il cavalletto (già nel ciclo dei dondoli, quindi figura smilza di Don Chisciotte), in parte fatto di onde; il cavalletto l’ho poi sostituito con la forma pesante e massiccia di Cactus, apparso per la prima volta nel 1988. In seguito Frankenstein ha un corpo suo, indipendente da figure precedenti. Il cavalletto fa nuovamente la sua comparsa nei grandi quadri su plastica. Il cinema, dal canto suo, nell’assenza di precise indicazioni tecnologiche che nel testo, appunto, mancano, ha trovato terreno fertile per le invenzioni che gli sono proprie; attardandosi su alambicchi e marchingegni improbabili ha tralasciato o trascurato il dramma “umano” del lungo monologo del “mostro” (disfoga davanti all’interlocutore alter-ego Frankenstein, tra le vette di sentimenti rattrappiti dal silenzio e dalla solitudine) che occupa ben un quarto di tutto il libro. È straordinaria la capacità di apprendimento della creatura, la sua voglia di riuscire a parlare la lingua degli umani, di appartenere ad una storia che lui non ha, affinare la memoria labile dei pezzi di sé. L’incredibile arguzia, l’insopprimibile spinta alla conoscenza, imparare di carambola, sfruttando anche la capacità di apprendimento di qualcuno che sta imparando. E l’odio che ha verso tutto e tutti quando non viene compreso, quando è espulso dal grembo degli umani, quando ne è rifiutato l’aspetto repellente, equiparato ad espressione tangibile della malvagità (non per il cieco – a cui tremante si presenta dopo lunga titubanza – che guarda alla sfumatura della voce e vede, come l’artista, più in profondità con mani pensanti). Picasso, un secolo dopo, ci abituerà ad un altro tipo di bellezza, non quella dei canoni classici ma dell’arte in sé, che è una forza parallela alla natura, a volte perfino sovrapposta ad essa. Perciò non mimetica, e non asservita. I brani che seguono fanno parte del diario che ho tenuto nei mesi scorsi, seguendo o anticipando gli sviluppi di Frankenstein. Il ciclo consta di sessantasette dipinti, tra tele e cartoni. Qui ( al Museo Orsi) ne viene esposta una parte che comprende anche i D’après Pietro Longhi. Sono in mostra, inoltre, alcune sculture e gli ultimi dipinti su plastica di grandi dimensioni.
PROLOGO È
tornato il Signor Cactus a chiedere la sua parte di notorietà. Cactus
nacque anni fa e fece di tutto per farmi capire il cubismo organico. Avevo
un pezzo di tela, ho pensato di tagliarlo in due per fare due quadri
grandi. Li avrei finiti troppo presto. Ho pensato quindi di tagliare cinque pezzi per altrettanti quaranta per cinquanta, più quello che rimaneva. Non ne ero convinto. Ho aspettato lunedì. Lunedì è tornato imperioso Cactus a richiedere la notorietà che gli spettava. «Ora è il mio tempo» mi ha detto «Io sono Atlante, io sono Ercole.»
3/7 Il
lavoro, per tutta la settimana scorsa, è andato avanti bene, direi
benissimo in quantità, molto soddisfacente in qualità. Su formati
maggiori dei precedenti e su tela, intorno ai settanta per sessanta
centimetri. I dipinti della seconda decade di giugno erano tutti su
cartone, di formato medio-piccolo; nell’interesse che sentivo e nella
ricerca che svolgevo su di loro e attorno a loro, ho individuato la prima
forma e l’espressione ancora da affinare di Frankenstein. Nei nuovi
lavori su tela c’è un lontano (nel tempo) e vago (nelle intenzioni)
riferimento ad uno dei ritratti di Sylvette David, ne feci una
copia ad olio su tela, con un monocromatico bruno-viola, quando avevo
circa undici anni. Comincia un’altra settimana di pittura; però, prima
di continuare, devo cercare di eliminare alcune linee dell’ultimo quadro
che ho fatto sabato scorso, ce ne sono troppe. Che sia già segno di una
fase di stallo? Non credo; vedrò nei prossimi giorni. Sento che c’è un
nuovo sviluppo in arrivo. […]
5/7 Mai
prima d’ora mi è capitato di lavorare così tanto coi pezzi di ciò che
ho fatto in precedenza. Occasionalmente, in passato, dando però ai pezzi
il valore rappresentativo del ciclo di appartenenza. Ora no. Sono
frammenti, involucri, forme che hanno una sola voce: la voce
dell’insieme di incavi e linee, d’inchiostro e grafite, calcati o
segnati con scorie di tempra, l’insieme di tratti, e fiordi fra i
tratti, in un profilo “stentoreo” che sta ora nascendo. L’unico
rischio, l’ho sentito stamani come un guizzo di cavalletta rimasto sulle
ombre di fiume – e dopo cinque lustri di dipinti – la noia in agguato
sotto forma di composizione manichea, fatta per metà di assuefazione e
per metà di ostinazione (forse). Ma posso facilmente attraversarla
indenne stavolta (ecco la grande novità), ogni quadro deve essere, e così
sarà, spontaneo, veloce come una saetta, un’improvvisa scossa, da qui
sparsa sui quadri che verranno come effluvio elettrico. Ieri
s’è fatto vivo il signor Cactus. Diciotto anni fa fu preso per mano da
una fanciulla, e a sua volta prese per mano i suoi simili antropomorfi. Si
mise alla loro testa mentre veniva guidato nei liquidi meandri dei grigi
pigmenti e dell’affabulatoria (allora) nebbia padana. Oggi mi spiana la
via verso una pittura lineare e colorata, letteraria e magica,
compendiaria, elettrica, estiva, priva di fiumi romantici ma con un
neoclassicismo di lago e una prospettiva dissecante. […]
15/7 Abbiamo
il sangue di Les demoiselles d’Avignon e di Vollard nelle
vene. A distanza di cent’anni siamo ancora corpo di Picasso, siamo
ancora colpi contro Picasso. […] 18/7 Nella
faccia che fu di Don Chisciotte, di Amleto e di Ercole, ora di
Frankenstein, si annidava un nuovo animale che oggi pomeriggio,
esattamente alle tre, ho scoperto. Si è appalesato senza alcun intervento
da parte mia al di là della nuda e semplice rotazione di 180°. È un
gatto, un cane, una scimmia, o tutt’e tre insieme più qualcos’altro.
La sua è un’espressione sorpresa. Io sorrido compiaciuto. 19/7 Tante
cose da realizzare. Accontentarsi del solo disegno. Not
one of us. […]
12/8 Due
giorni fa ho fatto un quadro, sempre su cartone, di cinquantuno per
settantadue centimetri. Con tre teste d’Iberia (anzi cinque: anzi è
d’uopo, cinque è più corretto; sì, perché due di queste, nella parte
che riguarda il volto, hanno il disegno doppio) ruotanti attorno a un
triangolo. Il disegno di almeno due, a questo punto direi senza dubbio
quattro, delle teste, l’ho tenuto piuttosto leggero; anche il fondo, su
cui ho incollato a caso la carta di scarto, ha un colore adeguato, eburneo
semitrasparente. Solo una delle teste, quella in basso, ha i tratti più
spessi e più marcati, o meglio solo in parte, perché nel resto, verso la
nuca, è coperta dalla carta su di essa incollata che ne alleggerisce il
segno; il senso rotatorio che viene fuori dalla postura, che tra l’altro
cambia completamente la fisionomia dei volti, converge verso il centro che
è un triangolo, piuttosto piccolo rispetto alle dimensioni del quadro e
spostato assai lateralmente. Il triangolo è totalmente nero e sembra non
avere fondo, come se fosse un abisso del tempo. L’ho
guardato più volte: mi piace, è un bel dipinto. Nello
stesso giorno ho iniziato, portandone a compimento il disegno, quello che
si prefigura come un imponente lavoro, e che ha tutti i tratti di una
liquida vena aurifera, un camminamento agevolato e spinto da sottocutanee
e invisibili molle. Pietro Longhi, veneziano – e questo è tutto dire
–, veneto come Giorgione – non si poteva chiedere di più –, ha
dipinto un quadro straordinario. Il Rinoceronte è lì che mangia,
e per esso il pittore ha creato un’organizzazione dello spazio e della
psiche che rasenta la perfezione. Questo dipinto, sollecitando un
riavvicinamento di memorie lontane, prescinde da un’eccessiva euforia
creativa che annaspi sugli effetti di un’ubriacatura da vino e colori;
avanza, come si dice, coi piedi di piombo, e brindando con vino d’epoca,
sorseggiandolo, si fonde con Ercole, Amleto, Don Chisciotte, Iberia. Tutto
qui e tutto ancora da scoprire. Vedremo gli sviluppi, come disse Magritte
a Delvaux, una domenica pomeriggio, da una stanza all’altra di Palazzo
Bricherasio. Saranno forse i fasti eroici del volo ungulato di un vampiro
fornito di corni-canini, uno sul naso e l’altro in fronte? […] 27/8 Mi
vien facile pensare, naturale vedere, più che nelle facce poste di
fronte, più che nelle inespresse labbra coperte da maschere bianche – o
in quegli interni immobili con quei corpi che coi muri e i pavimenti fanno
unico corpo, tanto cari ai pittori che, spendendo la pelle che hanno
addosso, alla claustrofobia devono buona parte della loro libertà
conquistata – proprio nelle figure poste di spalle, che dal profilo del
volto danno moto verso di noi, il “ghigno senza il gatto” di Bacon,
non l’esplicito sorriso gioviale, o gli occhi scuri orientali separati
dal profilo clownesco di una narice che più tardi sarà di Rousseau il
Doganiere: il pittore contrabbandiere di poesia. La
penna che non scrive solca il cartone, così il ferro incide sulla terra
una grafia che la pioggia e i terremoti stamperanno, indelebilmente, nel
cielo disegnato su carta antica. Ogni riflesso racchiude in sé il
prodigio di essere tale, come una pagina, mentre si fa un rapido bilancio
di ciò che ci ha appena detto, e nell’atto di chiuderla ci delizia di
aspettative per quella che viene dopo, schiarisce la precedente. G.S.
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D'APRÈS PIETRO LONGHI
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35) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 67x51
36) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 59x46
37) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 30x18
38) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 30x18
39) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 36x49
40) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 37x24
41) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 66x37
42) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 53x32
43) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 41x25
44) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 53x42
45) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 52x36
46) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Pastello e tempera su cartone, cm 30x23
47) D'APRÈS PIETRO LONGHI, 2006 Materiali vari, cm 142x147x48
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