L'ISOLA
1) LA GRANDE ISOLA, 1987 - Olio su tela, cm 180x230
2) L'ISOLA, 1998 - Olio su tela, cm 25x40
3) L'ISOLA, 1999 - Olio su tela, cm 17x25
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4) L'ISOLA, 1987 Olio su tela, cm 160x180
5) L'ISOLA, 1987 Olio su tela, cm 60x70
6) LE ISOLE VOLTE, 1987 Olio su tela, cm 60x70
7) L'ISOLA, 1997 Olio su tela, cm 40x50
8) L'ISOLA, 1997 Olio su tela, cm 40x50
9) L'ISOLA, 1998 Olio su tela su tavola, cm 20x23
10) L'ISOLA, 1998 Olio su tela, cm 18x30
11) L'ISOLA, 1998 Olio su tela, cm 20x30
12) L'ISOLA, 1998 Olio su tela su tavola, cm 20x16
13) L'ISOLA, 1998 Olio su tela su tavola, cm 14x20
14) L'ISOLA, 1998 Olio su tela su tavola, cm 18,5x28
15) VOCI D'ISOLA, 1998 Olio su tela, cm 20x30
16) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 17x39
17) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 18x35
18) L'ISOLA DELL'ATTESA, 1999 Olio su tela, cm 18x30
19) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 15x24
20) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 15x24
21) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 20x30
22) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 18x35
23) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 16,5x30
24) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 18x25,5
25) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 25x39
26) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 25x40
27) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 20x35
28) L'ISOLA DELL'ATTESA, 1999 Olio su tela, cm 18x31
29) L'ISOLA DELL'ATTESA, 1999 Olio su tela, cm 18x31
30) L'ISOLA DELL'ATTESA, 1999 Olio su tela, cm 20x35
31) L'ISOLA DELL'ATTESA, 1999 Olio su tela, cm 20x35
32) L'ISOLA, 1999 Olio su tela, cm 24,5x35
33) L'ISOLA, 2000 Olio su tela, cm 15x45
34) L'ISOLA, 2000 Olio su tela, cm 15x54
35) L'ISOLA, 2000 Olio su tela, cm 15x45
36) L'ISOLA DELLE VOCI E L'ISOLA CADUTA, 1998 Penna su carta, cm 21x15
37) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
38) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
39) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
40) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
41) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
42) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
43) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
44) VOCE D'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
45) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
46) L'ISOLA CADUTA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
47) VOCE D'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
48) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
49) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
50) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
51) L'ISOLA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
52) LE ISOLE NUOVE, 1998 Penna su carta, cm 15x21
53) LE ISOLE NUOVE, 1998 Penna su carta, cm 15x21
54) L'ISOLA NUOVA, 1998 Penna su carta, cm 15x21
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Scaturì dalla
prima memoria di lunghi viaggi, ma anche dall’altra, più strutturata
delle tante e tante barche modellate, negli anni, da onde varie, corte e
lunghe, piene d’impeto sul nascere poi messe a tacere da interruzioni di
parte nel gorgoglio dei cirri; barche smunte, levigate dalla spuma dei
sobbalzi, raspate e piallate
da onde infine molli e pesanti, scrostate a destra e a manca dagli approdi
traballanti e provvisori in terre inospitali, o meglio,
divenute tali; barche smarrite nel profondo blu, nel “profondo
imbalsamato rosso” e argento vivo legato a forza con legni sfatti,
Blow-up e tutti i colori di ogni soleggiato deserto, una bella donna e una
voce che ho scordato, quante cose datate! Anche il felino
Gattopardo, l’annunciatrice bianca, un uomo assiso e ormai senza voce,
Zabriskie Point: tanta polvere e botti sconfitti inutilmente lenti; un disco di carta bianca, e ancora un altro, le immagini
coperte dal freddo e affidate ad una mano che non aveva saputo sorridere
ad un futuro scalzo. Anche le mie, mani, fuori tempo, una sola volta,
quando disegnai dei gusci di noce in un quadro che, davvero rinsavito, mai portai a termine. Ho sepolto Friedrich sotto massi di
cartapesta, ed elmi unni giganti, archi e frecce, spade e asce, scudi sbalzati, maschere d’oro; tutto ciò
l’ho lasciato ammucchiato sulla spiaggia fangosa e grigia ad aspettare
le ultime vestigia di una memoria lontana. Barche, barche consumate,
appunto, dai viaggi,
inzuppate di mare, vissute e strizzate come vecchie spugne: stanche di
viaggiare. Che potevano riprendere ad esplorare luoghi acuminati
o solitari, a vivere in nuovi luoghi d’acqua, vicini al mare
neanche tanto, lontani non più del necessario. Albero del mare, rullante
ebbrezza di salsedine
respirata calpestando un cimelio paludoso dopo l’altro; cartoline di
tramonti veneti bruciate e adombrate dal sole, secche alghe di fondi di
battigia o di sabbia calda di scirocco e mummie di cani sulla spiaggia; e
mosche, mosche più mosche, e caldo; dipinsi e disegnai cani e denti, e
variopinte colature di peli di cane con pennelli di peli di bue con le
mani forzute dei vent’anni, a piedi scalzi sulla spiaggia grande perché
vuota, piena di leggere
radici di canne e di vocianti gabbiani, avvoltoi di un deserto di sale
candeggiato. I
VIAGGI CORTI Indugiando,
forse tanto, forse poco, a volte niente, dopo il mezzodì in alcuni giorni
presi a caso, mi separavo da consenzienti case e prati che correvano e
sfumavano, si diluivano in confusi alti, molto alti, e bassi, molto bassi,
di spirito. Lenti. Mi immergevo, invitando buie profondità marine a
risucchiarmi, e in quella nuova, ben trovata dimora, mi facevo cullare da
secchi rumori, intermittenti battute di caccia per ruote di metallo su
percorsi obbligati, anch’essi di metallo. I
viaggi corti sui quali, arrivando da molto lontano,
allunava una parte dei miei umettati viaggi lunghi. Conoscevo
la strada; nessuno, nessuno, neanche con tutto l’aiuto possibile di un
soffice deragliamento rallentato e indolore, avrebbe potuto portarmi ad un
altro destino senza il mio consenso, e così dormivo tranquillo in
compagnia di pesci abissali dagli occhi illuminati che non sognavano mai. Spari
di legno come incruente fucilate della tenerissima, famosissima battaglia
del sughero. Questa continuamente si ripeteva uguale a se stessa, ma con
protagonisti e vittime redivive sempre diversi che, nel cadere al suolo,
accrescevano la loro vitalità e la capacità di morire ancora una volta,
accasciandosi in modo sempre più veritiero. Pistoleri vestiti di nero
dall’aria truce: improvvisata maschera forgiata da letture avventurose,
tenuta stretta da una spiccata voglia di conquista e suggellata da
un’agile e saltellante immaginazione. Indiani
venuti da miniature di quartieri; sentieri di guerra percorsi da gessi
colorati volatili che talvolta scavavano in se stessi un solco per
agevolare il passaggio di una lacrima di struggimento o di contentezza.
Ciottoli-cimeli di Cooper conquistati sparando coi canini proiettili che
tornavano indietro per ricaricare un’arma loquace. Bum! Pizzicotti, pani
fritti stretti in un morso cannibale. Voci concitate che chiamavano a
raccolta i gruppi sparsi, corse, cadute, mani sporche. Il
pomeriggio il gioco ricominciava. Gli stessi gessi variopinti usati per
arabeschi estemporanei sopra scarti inerti di drappi stesi sulle onde
verdi e gialle: arte infante al vento! E il vento che se ne impossessava
la depositava sui prati bucati dal sole: arcobaleno sull’erba. Finita è
la tempesta per lucertole e formiche. Danzavano e cantavano e si mordevano
la lingua nel dire troppo in fretta che battevano i denti per rendere
omaggio al ricordo del freddo. Era il grande freddo del Canada a farle
stare, frementi di gioia, l’una accanto all’altra per scaldarsi. La
pulce, con lunghi salti, disegnava nell’aria campate senza piloni e
senza cavi, su cui il sospiro di sollievo di un canarino esercitava le sue
grandi doti di equilibrista, funambolo nei lunghi ponti aerei. E lì,
nell’aria, si addormentava per sciorinare il suo candore color limone da
far cadere, nota su nota, rotolando sui bagliori di minuscole lucciole
diurne che si spegnevano per annunciare la loro presenza altrove, in campi
di battaglia per pronipoti, di quando in quando folletti lillipuziani,
saggi e fantasiosi. Tutto
questo la pulce raccoglieva; e ancora mattoni vibranti come armoniche a
bocca, materia vivace ma non troppo per città musicali. Sonoro
rimprovero: “Non dovevi tornare così tardi”. In uno stridore,
improvviso come un bombardamento a sorpresa sul pendio di una ritirata, un
avaro mandriano in divisa astratta marchiava a fuoco mucche gialle,
compagne di un viaggio, da buttare alla fine di un giorno di guerra.
Albero
del mare! Alberi del mare su isole di barche.
Isole di barche sul mare e alberi sulle isole del mare. Isole di ricordi
impigliati nei vicoli della memoria su cui voi, alberi del mare, avete sparso come chiodi a quattro punte la forza del vostro
coraggio inespresso, forza fatta di vita già fossile, che strizza e
tiene fermo quel tempo sangue nero della terra
e ogni futura voglia. Alberi del mare, l’ardire della stasi, la
memoria del tempo già sepolto: sudario rosso,
urticante vento sapido e tradito. Isole incrostate di medaglie
all’indolenza, al dormiveglia nell’annullamento dei sensi, isole di
accumulo nate per nascere senza passato né futuro poste lì ad attestare
una forma in più per la pittura dell’eutanasia. Isole buie sotto
temporali estremi e dilatati, infinitamente lunghi da un estremo
all’altro. Sotto le pietre il futuro di un tempo senza quiete e
senza moto alcuno. Sopra la sabbia di innumerevoli altre barche
distrutte, un’isola picchetto di secchi tratti neri che mai batteranno
ciglio. Sopra di essa il nero dell’albero nero, vivo come tale, che
domina l’orizzonte. E via così, sopra una delle tante eternità, tirata
a lucido e senza senso alcuno. G.S. |