VIOLINO DI PAGLIA

Stella di colla a tre punte con un filiforme centro: meglio è se non lascio cadere di fianco e nel vuoto l’irresistibile richiamo.

In un modo o nell’altro, prima o poi, verrà tempo di usarli questi frammenti, questo pensai prima di decidermi a richiedere, appunto, gli acquosi ritagli, sti tagli di dolce legno di tre dritti lati e solo uno curvo; onda liscia comu ’na tavula di mari mmenzu all’arghi sicchi chi scricchiulianu.

La voce a tonfi di risacche a pelo d’acqua dentro pigmee caverne, tra ricci, attinie e patelle. E qualche polpo in vacanza, fuori dalle matriperlacee case; una volta andava così. C’era una volta c’era. Il passato col futuro della frase ch’è passato. Quand’anche il primo non lo fosse, ci pensa il secondo a rimpiazzarlo. Bene ha fatto e farà.

Bene ho fatto.

In quel negozio, in quegli anni – metà ottanta-primi novanta (che simmetria senza centro in un tutto unico!)  –  andavo per le cornici che mi occorrevano – sessanta, settanta, ottanta, novanta, duemele di strozzamento, favusi cannarozza e tufi pallisti, dieci, venti: è la vita, fattezza bella, noi ci arricchiamo e vuavutri cantati, il giro di vite; Sette vite, Come le comete; in mare, negli anni cinquanta, nacque La casa-torre di Babele –,  quantità contigue e medio-grandi era loro compito portarmele. Prendendola sempre lì, proprio lì avevo dato inizio, un bel giorno, al rimuginamento ottico dell’insignificante – in prima apparenza – asta di samba in odore di salti, comune, classica, buona per tutti gli usi e tutti l’opra, puru di pupi, zaffiata, ’ncapu ’ncapu, ruci ruci, quacina e miseria, e picciuli davanti a porta, due porte, il pomo di Giufà e l’ignoranza credulona, fertile terreno per l’ignoranza credulona. Quella sagoma tagliata in diagonale, chiodata e martellata, aperta e sgraffata su un acutissimo nitrito, nelle cedevoli zampe di un ostacolo che fu umido e fresco, ora asciutto e arrugginito. Cornici, le aste che la tavola rotonda in circolo mise, i cui frammenti, sagome e sezioni equine, bonarie teste e cadenti pance pregne, rigonfie fronti, piatte narici, gianduiotti assenti, code tagliate di bipedi quadrupedi, saranno piazze gestatorie, lo staffato di un pittore di cavalli, battaglie, vacche e buoi dei paesi loro, per tutto un mondo di sobborghi iperdensi e straripanti che nastri e rivette hanno sigillato. Favole e favelas. L’abbraccio-tenaglia, le masse in basso, ma proprio in basso attorno a un punteruolo, i furbi in alto a dire voi fate, noi siamo finché voi non sarete, non merita i due punti questa frase. Sì, quando a tutti riuscirà di renderla non-morta. Una mostra di Lega che non vidi perché troppo indaffarato in quell’antesignano, quadrupede anno. Cerchi concentrici allora già presenti in graffi disgiunti, una spanna in su, in giù – tutto ritorna in valle, e le colature diventano alte montagne, piedi di sangue, il punto tagliato: una nota fuori rigo –, a destra, a manca. Tutto ritorna uguale: la danza dei cerchi concentrici. Il punto lo si fa da quel re che di un palmo anticipa il museo che non è museo, il castello che non è castello, il palazzo che palazzo non è; da lì, poi, di venti in venti – Venti! Venti! 78-92 e tutte le candele spente –, al di là del punto-foro-vivo, si contano i vivi raggi d’azione, nere ali di spirali e dense acque di quella poca sillaba di fiume.

Quante avrei potuto realizzarne di piazze gestatorie! Tante! Tre-cento e passa! di rivoluzione in rivoluzione, fu una delle tele che a Parigi dedicai, ma la tela che dipinsi non avrebbe sortito effetto neppure sul mantello di un sigaro Avana, né sui copiosi frac di orchestrali che quell’apostrofata città abitarono – L’Aquila, Nietzsche l’avrebbe preferita a Roma –. Non era questa l’intenzione, in quel caso, di tessuto e non velocità di un taglio si trattava, in quella Francia, in quelle frange, in quelle Fiandre di lino, tessuto e olio, in quel frangente, se traverso più tagliente, questo sì. Quante ne avrei voluto realizzare! Le farò col desiderio di farle, le faranno altri in vece mia.

Cavalli e angolari a sorpresa; fette sghembe di grida, il richiamo a una, di esse solo una, piana, bianca, nera, giusta e opposta, dal trentasette al vuoto del quarantadue nel contenuto urlo – proprietà dell’unico e solo – scollato dalla sua febbre di cavallo: caduto, in un fiume di sangue che è già acqua passata di Borbera nel gorgoglìo di una marcia funebre del Selvaggio West. Tra violini, organetti, armoniche e tubolari campane. Palette di menzogne, gaudio pieno.

Bene ho fatto.

Prima (chissà quanto prima) o poi (vedrò quanto poi) li utilizzerò, questo pensai dopo aver ottenuto – mancu mi ficiru parrari – Non l’avrei voluta, questa parola vicina a parrini – direttissima cancellatura –, poi l’ho guardata e pensata vicino a errori, così l’ho lasciata, quella noce cripiata – i frammenti di cornici per mantovane che trent’anni fa gratuitamente mi diedero. In tal modo misi a tacere a vuci ru pumu di nuci ciaccata. Avete mai visto una matita di gomma? avete mai scritto con grafite di gomma? Nell’inversione di marcia di una Seicento in corsa, l’ottima tenuta di strada mise la firma sull’asfalto. Di russa va bistuta la gnuranza, dissi in un immotivato fraseggio. Chistu pozzu permettermi, mi fu risposto, sta giacca haiu e mi la tegnu stritta. Una giacca a quadri, non del tutto rossa.

Quelli mi diedero, di frammenti, insieme ad altri, rimanenze asciutte che vedevo già liquide; odore di rosmarino; all’indice: minuscola scheggia, tra l’ottone cromato e non, la sera prima, quattordici/dodici, di passaggio, tatuaggio da pennino, dalla punta dell’indice alla sua base, sulla nocca del medio, tre centimetri di sguardo e la stimma dell’altro ieri in bella vista, un respiro profondo e il foglio, in silenzio, si muove; di nuovo alle spalle dell’unghia sul dito creatore di panzane, speculare a chi, molle, l’imbroglio accoglie e brama, un centimetro di biro, tutto qua, in tre giorni è già tutt’un fascio di paglia e fabbricato, un cero per un voto, un cerino per dar fuoco, ho fatto prima, 12.21 del 10.1, un fantastico racconto che per pulci e batteri può andare e da essi esser ricevuto. L’acqua del terzo – cercare il tre, c’è sempre un tre di mezzo, con vetta e alloggio a metà, l’incavo angolare nasce meglio del vertice a punta –, primo, secondo e terzo, terzo giorno. I. III? Ma quando mai? Innocente? L’acqua prima di tutto!

Assieme a tanti altri che altri ancora ne coprivano, erano in una scatola, impolverati di finissima calabrosa, segatura ballatrice di legno battiscopa, deformabile no, stagionato sì, leggero così così, pesante? osservai che quel legno balbo doveva avere il peso specifico dell’acqua. Nella quale acqua, sia salata sia dolce, le gocce stanno a galla come polvere; canta il suono vivo delle gocce, titillante volontà e potente giovenpiù! Satari, e sunari u friscalettu. C’è  a luna e c’è u suli, cosa si vuole dalla vita se non l’assenza di indigeste favole urticanti? pfavole direbbe E. B., tfavole dico io. Che orrore pensare all’acqua come punizione, che orrore maledire i corvi per benedire i piccioni, sbarrare le porte a un volo nero e aprirle al bianco ulivo; l’ulivo è verde, gli sfogliati con i colori non van d’accordo; ha foglie di luce argentea l’ulivo, lunare se alle spalle ha un temporale a proteggerlo. La Tempesta di Zorzi, olio di lino portatore di luce, olio di oliva per la morbidezza di pennelli e carni in giare di terracotta e latte di fico. Latte di Venere. Acqua di piacere e conoscenza. La Tempesta, ha alle spalle il fumo di un pietroso fuoco carico di forza. Altro che arca!

Triscele, Triscele,

Triscele.

Unghie di una mano, gesso nell’altra, striature e microsolchi su ambedue i lati dell’ardesia. I lati scuri della lavagna; d’argilla o di lava, la casa è sempre scura. Ambe Tue La Terza. Errabonda. ERR bionda, di sera; rossa, di notte. HAH. H-A-H. Odore di creolina è odore di viaggi. In due, per terra, sul disimpegno a righe di Buren, sul Loden disteso, verso Parigi, alla fine di un corridoio viaggiante. Tu scaldavi i miei tremori di freddo, io i tuoi; quel duro letto di lana li coglieva, li serbava; li accudiva, quel verde di un bosco protettivo. Il serpente in alto, la tana della serpe in basso. Io coi vestiti umidi addosso, tu nuda, come due figure ai lati, ai piedi, ai bordi che un giorno cancellai sotto grovigli a spirale di terra bagnata, per meglio capire il senso di una Tempesta che fu e che sarà. La Tempesta di un attimo che inesausta torna e si rinnova. Il corvo di Calais è l’airone di quella lucifera saetta. La zampa d’intesa che i santi esclude. Soldi e basta per quella gente, lo scampanio segnatempo per l’aldilà in saldo, con prefissata scadenza quale limite alla fuliggine incolore e all’eternità da archiviare. La brama di oltremondi non ha fretta del disiato incontro? Disiato? Non pare, non sembra, non si evince dal tempo dedicato a contar pecunia; penare è pecuniare! pecunia, quindi esisto, e che l’eternità attenda. Attenda pure. E se non arrivo non fa nulla – è questo che pensate? –, tanto qui ho pecuniato – è questo che fate? –, alla faccia altrui, alle spalle altrui; vi perdoniamo – sono le benedizioni che elargite? –, anche se le spalle ci date. Perché meglio vi si possa colpire! Sì, perché meglio ci possiate colpire, nelle spalle, con le braccia aperte, benedette e santificate. “Che braccia grandi che hai!”. “Per abbracciarti meglio”.

La finissima segatura di legno, con quel suo paglierino e zuccherino colore, avevamo lasciato, e le tavole a metà; polvere di dammusi e isolani termitai che del legno ulteriormente ammansiva il lucido già neutro colore, adatto a molti usi e gusti a largo spettro. Larga la scatola, e alta né tanto ma neanche poco, l’empirica misura di un capiente salotto “razionale” d’ondulato cartone per un’ancia contorsionista non ancora rannicchiata.

Tali e tante erano le casuali movenze, gli orientamenti arcuati, le direzioni semioccultate, gli accavallamenti, le sovrapposizioni multiple, le tensioni squadrate, tranciate, intuite, di supporto, brizzolate; polvere e legno, legno e polvere, piovuti verso il fondo, indistinti dal profondo. Furenti tensioni immaginate e da lasciare dove stavano a trovarsi. Desiderio di esplorazione – “Un” desiderio di esplorazione – tenuto saldamente a bada per non rigare e ferire il pensiero visibile in quegl’istanti in atto – abbaglianti istanti che tornano a fiotti –  e lasciare che tutto in breve tempo vada in disordine e maturi, maturi e cada, maturi e cada, maturi e cresca. Triscele, triscele, triscele. Terza scoperta, niente meriti al valore e gratificanti tremolii di giubilo. Giù la bile e zero fatti. Con il sapore del fiele. Ah, ti piaci, ah? Ah, ti piaci? Com’è? È duci duci comu ’na cucchiarata di meli? Tranquilla, è cucchiaio inquisitorio con l’aroma di cannella e rame, di mortaio per svegliare il riccio. Ti salva o non ti salva, ti salva o non ti salva, continua così, erborista Margherita. Le vespe senza miele e il Modulo4, le api della Colchide e il loro miele, dai Borghese a Napoleone, no, dai Farnese. No, Barberini? tutti a stessa pasta sunnu, avariata e mantecata, tutti giù per terra, facce di tenda! Quanti altri nomi propri e numeri-di-roma tra le crepe di violenti paradisi, fior fiore dell’abuso. Fisico e morale. La morale! dei parlatori di morale. Intelletto vischioso, lurida tana di torbidi vizi. Un solo abuso, e per sempre hai mandato in rovina più di un futuro. In loro, l’eterno ritorno del vecchio, bavoso-voglioso, del putrido e falso, con l’assurda pretesa che altri siano a dare dimostrazione della non veridicità di una truce e ridicola fantasia dalla cui fantomatica immagine mai realtà tangibile è sbucata. Dite che è vero? Verifichiamo: dov’è? In quale posto si trova? In quale luogo a strascico di pezzenti pensieri? È questa la miracolosa pesca? La pesca con il giusto accento, adatto a raspare ogni forma di vita? Ah, quell’accento! i puntini sulla u, non l’accento, U maiuscola e iniziale, non minuscola e finale. Il ritorno del vecio vizio, tanto ci sono preghiere e perdono. E magari, alla fine, anche santità, aureole dorate e marmitte-piedistalli.

Con gli occhi dritti in quel mare di correnti, incastri e forme, come lingua nel profumatissimo abbraccio di un luminoso cespuglio oscuro, ne scelsi alcune, di quelle sapide onde – sapida era pure quella dolce caverna che stavo tastando accolto in corpo e mente, un tutt’uno  del quale gradualmente ne veniva dilatata l’estensione con la forza di possesso –, non tante, non troppe, avrei potuto ubriacarmi d’acqua e sale; una ad una le misi in una più piccola scatola, casa-rifugio per una liquida contorsionista rannicchiata, chiusa in sé a nuovo quadro. Quante esplorazioni, attendevo e mi aspettavano! Un fluido calore, l’immanente coperta del mare di settembre, l’immanente cuscino di alghe nel cui tiepido incavo erano rimasti a svolazzare i sogni venuti a galla in quella ora e ora dopo ora. A sufficienza capiente per una, due, tre, quattro, cinque, sei bottiglie di nettare di un solo dio. Una per ogni millennio d’incoscienza e coscienza insieme. Dioniso è un dio antico; Dioniso e Apollo. Dioniso ha in sé Apollo. Fin da giovane: figura e geometria; fin da giovane, lo fui ad un tempo: figura e geometria, incorporei vestiti in un incorporeo corpo di colori distesi sopra trame di tele. Tamburi tesi da lati chiodati cu i giumma di lana, u vistitu a festa du giannettu pronto pi curriri. Quando avrei avuto il potere di far diventare carne la materia pittura? La geometria che contiene la figura che in sé ha la geometria che serba la figura che… Vestiti e corpo – pelle e carne – muscoli e ossa. Nervi e sangue – voluttà è tatto. Il corpo della scultura è l’anima fluida della pittura. Con l’acquolina a stupor di labbra bramo la pescosa pelle di una effervescente giocatrice in evoluzioni di onde.

Dio dell’uva, bianca e nera. Dio del vino, dio dell’ebbrezza in sei bottiglie che ho riempito, una ogni mille anni. Sempre di liquidi si parlava. Nella danza di liquidi, avremmo voluto diluire i millenni. Allegria  e gioia da sbattere contro la tristezza di puzzolenti piedi e colpevoli teste. Gioia di vivere di vitigni e grida di contentezza contro maleolenti acque stantie di architettate colpe (quelle architetture per mestoli a pecten – possibilmente d’oro, se d’oro è meglio, è più in, fa scena e ricchezza –), si tratta, si trattava, vogliamo non si tratterà, sempre di liquidi, ma che differenza, che distanza, che puzza d’inganno, solo da una parte.

Con tre bianchi, due matite e un pastello (14 gennaio), e un’impronta che non avrebbe dovuto esserci – ocra gialla su plastica nera – (15 gennaio, mattina), ho dato la fuga alle fughe (14 gennaio, sera, come prima).

Il lamento del vivere nella purulenta piaga, da un lato; l’inno a viverla bene, quell’unica vita che abbiamo, dall’altro. Il dolore come scopo e come fine  attaccato a un pezzo di legno, legno morto tentano di inchiodarti in testa, il piacere di stare in piedi senza salvifiche protesi, con la testa che funziona e i piedi pure, è il verso da seguire. Flaconi di linfa e colli sciolti, tali mi apparivano quei tagli dai quali sgorgava il rosso sangue del pianeta blu: era una bicicletta convergente verso manzoni e verdi, scala e calcareo pupazzo leonardo – troncati rumori musicali da un po’ di tempo, in scansioni di or ora come “in questo momento”; fugace passaggio di un profumo antiossidante al limone. Andate via gesti magici di fraudolente benedizioni! L’acqua ha solo bisogno di non essere sporcata, inquinata, e deve scorrere senza invadenti ostacoli di mani di taglio. Via, mani di taglio dai tagli di onde! Fuori dai piedi mani d’inganno!

Coda e criniera, inizio e fine, asciutto, bagnato, sete e acqua, sangue della terra, linfa di pianta. Tali sono: coda e criniera. Tagli remissivi, desiderosi di farmi partecipe delle loro segrete storie, di sprillanti saltellamenti, e incontri, adesso questo sono, nelle mie accoglienti mani, nelle quali dissetarmi, con l’acqua, con le onde, con onde d’acqua, io, fatto d’acqua, io, senza mondi fatti di nulla, io, senza dietromondi e fatto d’acqua. Io, fuori dalla prigione oltremondana sono libera acqua che diverrà solo quel che deve: libera acqua (15 dicembre).

È un diario d’intenti, non il resoconto di un lavoro, che sto scrivendo in questi giorni in fasce del terzo tra i vecchi mesi, quello che i piedi strascica o sul ghiaccio scivola, avviato ad una fine imminente per sbaglio dei senzatempo e monomania di forsennati corridori in città/cité impazzite. Avrò sì aperto la cartella qualche volta nel lungo periodo di nove anni e qualche mese che queste fotografie ha in sé tenute, ma senza intervenire su di esse con gesti che andassero al di là dell’ingrandimento e dello sguardo che focalizzando ne prendeva visione, lì bloccando la via cerebrale per una immaginata elaborazione: alt! L’alt e l’invalicabile barricata: non è il momento, chiudi gli occhi e frena le papille, non si passa e non si gusta. Alt. Come intorno al motivo dell’allora acquisizione, poco meno di un decennio prima d’ora, di quest’ora che si liquefa. Sfugge.Tal’Alt.

Or dunque sto mettendo ordine: le sto ruotando, tutte. I primi primi giorni di dicembre (erede di quel carico di giorni e notturne stasi scorciate – striscianti – dei mesi precedenti), avevo cominciato a lavorare – io, dicembre – sulla prima foto, correggendo la deformazione a barilotto, regolando l’inclinazione di orizzontali e verticali, le luci schiarendo e contrastando. Ma mi sono fermato a quella, alla prima-prima image. Non era il modo giusto per iniziare – millenovecentottanta, maglione carminio, pantaloni carminio, furgone Simca bianco, Napoli; il giallo di Napoli, l’antimonio-cromo-titanio per la carne; e velature rosse, e velature ocra; e bianche velature –. Prima dovevo vedere quanti erano i soggetti, quante le variazioni d’inquadratura, quante le foto, appunto, per ogni e con uguale soggetto. Ho cominciato così a nominarle mettendo un numero progressivo e facendolo seguire da una lettera, a, b, c, d… in quelle che avevano una identica incisione. Frammentaria calma, spezzoni di tempo, ce l’ho fatta in due-tre giorni. All’ultimo, otto fotografie – non pensavo così poche –, numerate da 1 a 8 e tutte con la lettera a, queste le ho sistemate in una cartella a parte.

Picasso, Ingres, Bacon, Bonnard, il resto non mi interessa, al di fuori della loro pittura la pittura non mi interessa, i.r.n.m.i. Sì, ne parlo, la guardo, purchè non in linea col nichilismo trascendente della sofferenza, della distruzione di sé, della morte in vita; ma gli occhi finiscono per cadere sempre su quei quattro artisti. L’unico atteggiamento che reputo offensivo e blasfemo è quello che manca di rispetto per questa vita, ritenendola di seconda scelta, carne da macello in funzione di quell’altra tutta immaginaria, fantasia che procura redditi a non finire nelle tasche già ricolme di chi la sbandiera. Non esiste niente dopo la morte; siamo fatti di materia, e basta.

Avevo pensato di chiamare la mostra “Xilografie”, ma questo titolo, che qualche dubbio me lo poneva fin dall’inizio, dopo un esame incisivo, canino e pure carlino, mi apparve inadatto. Pur trattandosi, in pratica, di incisioni – con lo smalto sgretolato ad opera compiuta – su legno, queste non erano destinate a servire da base per la stampa d’arte che del suddetto nome si avvale (Munch ne ha fatto largo uso). Codesto tipo di Innocenti Dieci era oggetto e soggetto primario di fotografie nelle quali sarebbe diventato piano e luogo di lavoro. Le incisioni – in altri tempi, in altri anni – avrebbero potuto avere luogo anche in quella che era, nel percorso di formazione dell’immagine, la via di mezzo, una delle vie di mezzo e traverse affluenti e decongestionanti – Via principale e vie secondarie, Le forze di una strada –, cioè a dire la pellicola nel caso di fotografia analogica; nelle Avanguardie ci sono degli esempi. La celluloide si può graffiare, con un taglierino, un ago, un oggetto qualsiasi purché appuntito o affilato, ottenendo, in quei punti d’incisione, l’asportazione dello strato sensibile, spingendosi, se occorre, fino ad intaccare il supporto, rigandolo come si riga un vetro – con meno difficoltà trattandosi di acetato, relativamente morbido –, oppure intervenendo in un successivo passaggio, si può dire finale, nel tragitto, processo e genesi dell’immagine, quando questa è già fissata sulla carta; nel supporto cartaceo il gesto incisorio sulla gelatina è più difficile che, ad esempio, su pellicola, meno governabile, la carta si sfalda, si sbriciola, si sfonda, il segno-forza del destino diventa privo di forza, di destino, non ferisce la carta ma la umilia, l’urlo non è più tale ma rantolo, imbrogliato gomitolo di sorsi, bolle d’acqua e canneti di paglia con seghettate foglie a lama.

Quindi no, niente semitrasparente pellicola – assente perché la fotografia digitale ne fa a meno, saltando il suggestivo passaggio memore di tante illuminanti campagne e battaglie – e niente carta come luogo di sanguinanti ferite fatte altrove, in quella terra che fu spianata di clorofilla, divenuta qui pelle e croste da rinverdire (riarrossare), scoprire e staccare sul reimpastato legno della cellulosa esangue. Gli Innocenti Dieci: la s di Velázquez è la firma. Chiosa, dicono i faciloni pennuti col volo di struzzi, quelli che invecchiano nella scrittura di zampe di gallina; mancano di forma ma non di contenuto, che fu tale solo in intenzioni ratte di breviari presi per il becco. Certo che se dovessi incrociare a più e più riprese i tagli su pelle e carne umane sarei criminale, sadico, violento, ma torture di tale dolore ed efficacia nell’ottenere qualsiasi tipo di confessione erano pane quotidiano benedetto per la “religiosissima inconoscenza inquisitoria”.

Ho utilizzato un taglierino, quello che da universitari di architettura chiamavamo tagliabalsa nel fare i plastici (costruiti con fogli e listelli di quella tenera pianta) dei progetti partoriti dai gruppi, il solo individuo risultava malvisto; erano di moda i quartieri popolari, dovevano essere scarnificati e invivibili; erano di moda l’astrazione, la bruttezza, il razionalismo, il voto politico sorteggiato, la domanda da cinque punti all’esame di Composizione. Ho usato – mi sono fermato ma riprendo – la lama d’acciaio flessibile di un taglierino; prima incidendo il legno in un verso, poi in un altro, in un altro ancora, continuando così fino a frammentare talmente la patina di colore che, staccatasi, cadeva a sottili, rigidi, affilati (anch’essi) e informi pezzetti, lasciando nei punti d’incontro delle incisioni la fibra del legno scoperta, violentata: scheggiata, ferita, rigonfia ma asciutta, il legno secco era, senza dubbio alcuno, asciutto, non vi si riscontrava traccia di sangue. Toglievo un vestito di colore dal legno, e, con questo insistente lavorio, in un lieve rilievo, come fosse in sospensione, se ne veniva predisponendo un altro: Arlecchino. Lungo un tragitto che la mano avrebbe voluto in segmenti retti ma che la densità del legno e le precedenti incisioni non sempre permettevano, anzi sembrava che avessero intenzione di sviare, variandone il percorso e la direzione della lama; era la mano ad esser presa per mano da quelle piatte e curve onde di legno. Loro, esse dettavano il transito dei graffi nell’acqua; loro, esse volgevano il gemitìo dell’acqua ferita.

Quei segni, quelle incisioni, le xilografie non sono note su pentagramma, ma tracce di suoni su vocianti spartiti, graffi su bare di sepolti vivi. Il grido. Della terra, la voce andante del sole, la parabola melodica del cielo, la cassa armonica dell’acqua, l’urlo d’asfissia: sordità, afasia, immobilità alle dita, il mondo bianco a macchie gialle di vecchiaia. Un gheparto scolorito chenonarrivappiù, il colore di fossili, il sorriso di mummie, la cadente cortina a stracci sfatti. Con la smania che prende, nell’irresistibile tendenza e voglia di toglierla quella crosta protettiva e ingombrante, amica ed estranea. A cosa, a chi, a quanto ormai non vive? Si cunsuma a crusta, o cu tempu cari sula. A manciatina ’nte manu lassala stari. Calma e pazienza: vertuli di forti cantori giambici, le riserve auree.

Facevo sempre fatica, ogni qualvolta nell’insabbiata antitesi mi trovavo, ad abbinare cornici (d’abbraccio) per dipinti e unilaterali aste-cornici per tende dalle quali queste ultime sarebbero cadute a cascata. Sono pareti mobili le tende, concubine del battito volubile, e pure lasciano quel bilico – tutto loro e loro di nuovo – margine-spazio nel teatro ridotto della scena costruita, architettata, eretta e demolita; transitiva attesa che la materia compatta del muro – in quanto materia grigia e impasto di grani senza fili – non possiede né mai avrà. Le linee cascanti delle pieghe nelle tende sono infiorescenti ombre e luci, ognuna delle quali cela un concetto fantasma che nel breve tempo muta e continuamente rinnova in baluginii di cambiamento l’indecifrabile aspetto. L’assente aspetto. In effigie è pensiero intermittente, serbato, promiscuo, rimosso, defunto, cancellato. Richiamato da un moto d’aria interrogativo, ansiogeno, o da un movimento solo immaginato, suggerito da letture, pellicole, dipinti, fantasiosi resti d’infanzia. Trascendenti detriti.

Sono esattamente settanta le foto; dal 14 al 20 novembre 2009, il cappio temporale. Controllerò se trattasi di simana vera oppure in qualche modo sfalsata. Sette giorni: se iniziati sulla fine di una settimana e mangiandone un bel pezzo della successiva, in un cannibale trittico di settimane storto in un sorriso soddisfatto a metà e altrettanto compiaciuto. Oppure sette giorni perfettamente a cavallo di due settimane; non che questa o le precedenti ipotesi contino qualcosa, facciano in sostanza una differenza, no, o meglio sì e no, dipende dal moto a ostacoli, ma ora è semplice curiosità, “gioco”. Nel caso di due semilaterali ad una settimana a cavalcioni, la presenza che salta a mani ed occhi fa luogo al pannello centrale di un vampiresco trittico che prima mangiucchi e poi divori ciò che a sinistra e a destra da contorno gli fa: cappio di tempo, cappio di spirito, e Z come fine, N come inizio, Z ancora inizio, e avanti di questo trotto-passo-principio fintantoché si ha famelica potenza e spalancata voglia.

Nove anni si sono accasciati, uno sopra l’altro, durante i quali ho qualche volta aperto la cartella, ingrandito immagini prese e aperte a caso, grattato e pizzicato con gli occhi gli ennegrammi di suoni chi arrizzicanu i carni, di unghie che in sogno incidono il lato esterno di casse nelle quali è chiuso – che chiudono – il corpo ancora vivo di chi sta sognando. Ma la scelta deve avvenire su un curvilineo andamento di alti e bassi di lettere. La storiella statistica del pollo qui non aveva cominciamento né seguito. I settanta rotti, i caduti a terra per errore, mossi in velocità da balzi di gioia di cocci e rintocchi di morigerate campane tubolari. Quella soluzione non avrebbe avuto per portato il numero otto moltiplicato nove.

Dal 7 al 10 novembre 2016 scrissi già la presentazione all’attuale mostra, che allora avevo in mente di fare a breve. Quelle pagine, come del resto queste di adesso, precedevano gli interventi sulle fotografie che poi non feci più, rinviando l’esposizione ad un imprecisato futuro. Avevo pensato, in questi giorni di due anni e due mesi dopo, di aggiungere quel testo al presente che ho appena finito di scrivere. Ho deciso invece di cancellarlo: due anni sono già un’eternità, due mesi sono un dodicesimo di eternità, e tante cose cambiano in un periodo di tale durata, io sono cambiato, il mio lavoro è cambiato, io e il mio lavoro, ora, ci comprendiamo quasi senza fiatare. Io sento che c’è, ed esso sa che ci sono.

Tende sfilacciate corrono sui binari di cornici graffiate. Tende per chiudere tende, per aprire su trame da ricostruire, su mancamenti da sarcire, fili da intrecciare, telai da stelaiare, pieghe da rifare; tutto a monte e tutto colatutto, con dita antropiche a V: vattelappesca chi è stato. Nessun colpevole, impunita rimarrà, distesa d’immondi crimini da peristilio in occhi pieni di pianto, troppo tardi; impunità: morti i colpevoli, niente di vivo è rimasto. Appena in verticale, dal basso all’alto, dall’alto al basso, l’acqua non scorre, solo si spiace di non riuscire a smettere di gemere. Salvate l’acqua! Onde naufraghe fu un corpo di tanti corpi: otto. La nona casella faceva posto al recapito virtuale dell’autore, il gatto cui l’acqua non faceva paura, né mai l’offese, argine e diga, con petto e zampe per abbracciare – con sincerità opposta alle ellittiche teorie di colonnati in processione – riserve liquide e mari in miniatura, unghie per arare l’acqua e peli per pettinarla, e alle onde carezzare i bollenti spiriti, non per ammansirne la bianca schiuma smontandola, ma per far sì che cavalli e cavalieri divenissero facili complici, strumenti ed orchestrali insieme in un auspicio di vittoria voluto, cantato, ondisono a pelo d’acqua, oscurato in linea con Luna, Sole e stelle. Violino di paglia, la dissennata zucca che storto annusa e sala succubi semi con stoviglie e mazze di marmi e d’oro.

Asce e Disce du titulu: Bagnante di Valpinçon; Bagno turco; Violon d’Ingres; xilografia; xilofono; Innocenti dieci; ago, seta e camicia di forza.

Le onde sono pezzi d’onda. Basterebbe salvarne una, tutte le altre verrebbero dietro. Onda tragica dell’approdo-esproprio nel nome di un genocidio-in-flagrante, religioso, pianificato. Si sa, la terra – minuscola – imploderà, lo stesso sarà per la maiuscola (che differenza c’è?). L’avvento. Non c’è via di fuga. Da dove? Per dove? Quali altri luoghi da andare a distruggere? Dominio, su che?

Clavicembalo, musica pittata, megghiu a pittura musicata, da Degas a Munch a zitti zitti c’arriva, con le sue sei lettere di rimanenza tra le altre d’assenza, senza l’avutri chi ci sunnu e nun ci sunnu.

Scolpire l’acqua non ghiacciata bensì a temperatura corporea, 37 gradi di giudizio, 4 d’aggiunta e traguardo, prima chiedo aiuto a chi ad un tempo dà e riceve, mai indietreggiando pavido staccandomi da quel sempre che mi riguarda. Quale altro infinito esiste? Sono otto i singoli corpi che orchestrano il corpo unico di Onde naufraghe. Il primo si cala e perisce nello stesso suono, nell’uguale sorriso del tutto, anche del mare. Il sorriso del mare: due file di onde che scoprono i denti a trentasette gradi di latitudine nord, il mare dell’artista da giovane, l’acqua con lo scirocco sulla pelle, attorno le meduse e la sabbia a riva, pure in fondo, dal quale proviene il tintinnio dei granelli nella corrente; scampanellio nella corrente – le campane che non mi dispiacciono –, due al prezzo di uno. Ciò che è morto è morto, si scioglie, si squaglia e si disfa, basta. Dal primo al secondo: il secondo nella geometria galleggia o annaspa, per inclinazione di voci metalliche, il terzo non ho voglia di continuare con queste definizioni esplicative e di sintesi facili da trovare, perciò passo direttamente ai nomi propri partendo dal primo: Onde naufraghe, Mondo che sfugge, Isolaghi, Salvate l’acqua, Gocce fossili su una quiete arcaica, L’isola del Dr. Moreau, Scacchi ca nun truppicanu, Antenne cercasogni. Per due ottavi dell’unitario corpo, il secondo e il settimo, i termini di una volta ora non vanno bene, è il motivo che me li ha fatti cambiare; il secondo dei due ottavi rinominati guarda al passato, si autodefinisce siciliano, così come aveva l’abitudine di fare mio nonno in un ritratto a tempera su carta che mi diedero da restaurare e che non tornò indietro, un debito che mi porto appresso da oltre mezzo secolo. Ventisei mesi fa il Dr. Moreau lasciò per un breve periodo il suo gruppo, l’insieme del quale faceva parte, e con l’isola che porta il suo nome venne a farci visita. Un giorno, chissà quando, anche gli altri sette ottavi faranno la stessa cosa. Per intanto me li saluti. Riferisco; non mancherò a servirLa.

Devo recuperare un po’ di forze. Guidare le redini del carro. Alcuni mesi sono trascorsi, controllerò i raggi alle ruote, il mozzo, il ferro incastrato a caldo – come, nella carta oleata, deporre a cuocere un’aringa e le sue uova tra due armate di tizzoni, messe a tacere le ceneri –, cancellerò le armature funeste e fumarole dello zucchetto arraffone conquistatore e accatastatore di grana, muri, marmi e tele, e tavole, tavole e legni dove stendere i morti a migliaia, e roghi: la luce praticata e invocata, sia fatta la volontà!

La foglia d’oro tingerò di rosso. Tre lati a colori col bolo verde: a vara, verrà fusa nel ritorno dell’anello, nel grido di potenza di una tela in volo.

Rafia per legare le viti, i tralci che si sono staccati, i sarmenti che prenderanno fuoco. Canne spaccate e sarmenti, l’inciampo con l’aiuto del vento. Canne al fuoco e stordimento. Giumma all’aria. A fuoco la parata delle lingue di fuoco. Il fuoco-automatico di graffi, incisioni, fascine. Leggere ciambelle bianche sopra ferite. Niente di miracoloso, nessun dito miracolato. È la natura, bellezza! Questa è la bellezza della natura. Non è la bruttezza della brutta pittura. L’orrore a tinte tenui, le trafitture su flessuosi corpi sorridenti. Tale orrore si dice con quella tintura infettante: soffrire è bello, è gioiosa salvezza, sì, per le pingue tasche di coloro i quali l’hanno pagata nelle mani compiacenti che l’hanno compiuta, dei servi che l’hanno eseguita, di servi di servi col manso pelo e col vanto cinereo di averla slinguata e seguitata. L’antidoto: hch, da quattro a tre.

Natura viva: albero.

Cose inutili, utili, necessarie, indispensabili. 1984.

Quest’oggi. Su due copie di ciascuna foto agirò con interventi a olio, pastello, matita, penna. Un’inquadratura ravvicinata sarà la differenza iniziale tra il secondo gruppo e il primo. Il 17 ho deciso di fare sedici lavori anziché ventiquattro, sono sufficienti e lasciano tempo e spazio ad altro. Che bolle in pentola? Acqua. Per fare che? Mah! Ciabatte, ma sì, per i primi anni del secolo scorso. – Ah, le Avanguardie!

Può darsi che quello di Busoni-ritratto sia oppure parli di spicciola musica, ma sicuramente non è pittura; con quei tasselli regolari e colorati come un mosaico o un tessuto di serie: la pittura viene uccisa dai tempi di giustapposizione musiva nel lugubre inseguimento di arcate. Per contro, Vollard – lo vidi, insieme ad altri dipinti provenienti dal Museo Puskin, molti anni fa a Venezia –, in compagnia  della Testa di donna di Degas del ’67, sono i ritratti par excellence con il dito opponibile. I più bei ritratti mai dipinti. Quelli di Bacon non li considero volti, sono preziosa pittura e carne, e pruvulazzu di Velázquez; dieci grani di colpevole polvere.

Pensavo che fossero ciucche le onde di legno. No, non sono ciucche queste lisce, piatte, rigide, asciutte, sobrie onde di legno. È morte anche l’apparenza della normalità, l’assuefazione alla menzogna, la corrente nella quale tanti si lasciano andare perché tanti così fanno, tanti hanno fatto col cervello fuori uso al seguito di pagliacci a molla vestiti a festa e caricati a puntino.

Quel discorso sta in piedi da sé perché è giusto. Io dico che è giusto perciò è giusto: è un dogma. Ma vi rendete conto di che razza di ragionamento sto facendo? Portatemi altri mille, duemila, duemilioni di simili convinzioni, di verità oltremondane in tal modo articolate, e tutti quanti devono essere disponibili a crederci, prendendole per verità inoppugnabili. Tuoni e fulmini! Il dio del tuono e il dio dei fulmini, e perché no, il dio della pioggia, si potrebbe continuare su questa strada fino alla nausea. Il dio creatore di cielo – fino a che altezza? – e terra – qui si comincia a ragionare –. Fino a che profondità? Dobbiamo non nasconderle: alla luce del sole le profondità terrestri! Le esse ci sono maggiormente congeniali, noi, parenti prossimi dèi rettili poco abbiamo a che vedere con ectoplasmi alati pieni di mirate bontà e di molte attenzioni per le loro dilatabili saccocce fiancheggiate dal rancore asessuato e vendicativo.

Un particolare della foto è inquadratura di volto sbarrato e foto compiuta, suono compiuto, un ritratto del suono, il suono di una lama che incide il legno, scava dentro l’onda, solca lo stesso appezzamento liquido, territorio ristretto da passare e ripassare, solcare e risolcare, impastando a forza di incisioni la fibra del legno, rimescolando l’acqua di una perimetrata vasca in una porzioncella di mare. La tumefazione da legno e microsolchi ricevuta lievita con carezze e tagli di una lama da spezzare, a sua volta predisposta per essere rinnovata nella vibrazione musicale e flessa, con un tratteggio obliquo in una sequenza di incisioni parallele con le quali all’integrità si riduce potenza e rigore – altrimenti non si puote –: il tagliavino-violino di Paganini che con un botto spezza le corde agli archi, gli ultimi concetti sonori negli occhielli della pelle dei tamburi: Sintiti, sintiti!... Due punti, due punti e tre, di nuovo la Settima… di nuovo i tre punti, la Decima Sorda e Muta. La pittura dei ciechi, le camminate dei senzagambe, le trombe dell’arena, danze di Menadi, siringhe di Pan, flauti di Satiri, Arianna a Nasso.

Rendere di nuovo affilata la lama asportandone uno dei fotoparallelogrammi, quello iniziale non più tagliente – u tagghiu azzannatu –; forza e coraggio, volontà e potenza – pausa – si ricomincia.

Il posto di Crono nell’eruttivo e tremendo Saturno di Goya, carnivoro che sbuffa spavento. Graffi d’unghie accordate nel nero, settimo muro strappato. Uno, due, tre, quattro; sei, sette, otto della Quinta del sordo; gli archi ultimi, i fantocci ultimi, il Prado ultimo con le cornici nivuri comu l’ogghiu ’nto muru. Le ultime stanze. Matri? Quel poeta di foglie, luci e acquatiche grandezze, in vecchiaia non saggio ma fuso. Da salvare la voce strizzata, scartavetrata, graffiata nel canto-racconto del mito. Il resto sono dolori dovuti all’artrosi e all’acido urico che cola dall’epitaffio su legno: la testa-calotta d’Omero. Le xilografie in un infondato incrocio di linee scure e di spalle disossate. La luce è già stata accesa: con automatico gesto ho ciò fatto appena arrivato. Goya, Ulysses, Übermensch, Sweeney Todd, Grazia Deledda; Opium, il profumo. Canna, arga, giumma e scuma. A brogna di carnivali. La città che galleggia nella Tempesta di Zorzi: un dogma per ogni acquazzone, sotto a chi tocca nell’inventare l’ennesimo per quei cervelli che, sulla via dello sviluppo, di strada devono farne ancora tanta; asterischi ’ncriscimogna mmenzu a pagghia.

Questi disegni sono la versione fotografica e grafica della parola Sostra.


Sostra

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