ARANCIA AZZURRA:

La scultura

1) ARANCIA AZZURRA, 1990 - Terracotta e legno dipinti, cm 12x27x30

2) ARANCE AZZURRE, ISOLAGO E ALBERO DEL MARE, 1990

Tela, terracotta e legno dipinti, cm 36x60x50

 

 

3) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 15x31x31

 

 

4) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 12x51x16

 

 

5) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 14x63x20

 

 

6) ARANCE ROSSE, 1990

Terracotta e legno, cm 65x65

 

 

7) ARANCE ROSSE, 1990

Terracotta e legno dipinto, cm 64x19

 

 

8) ARANCE BIANCHE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 47x47

 

 

9) ARANCE AZZURRE, 1990

Tela, terracotta e legno dipinti, cm 26,5x51x26,5 

 

 

10) ARANCIA AZZURRA E ISOLAGO, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 19x41x26,5

 

 

11) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 11,5x51x16

 

 

12) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 12,5x42x19

 

 

13) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 13,5x 78x29

 

 

14) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 8x57,5x14,5

 

 

15) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 12,5x51x16

 

 

16) ARANCE BIANCHE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 7x63,5x20

 

 

17) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 41x41

 

 

18) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 51x13

 

 

19) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 11x51x16

 

 

20) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 64x20

 

 

21) ARANCIA AZZURRA, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 7,5x31x27

 

 

22) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 81,5x22

 

 

23) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 53x18

 

 

24) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 78x22

 

 

25) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 8x63x20

 

 

26) ARANCE AZZURRE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 12x51x16

 

 

27) L'ORSA MINORE, 1990

Terracotta e legno dipinti, cm 100x100

 

 

28) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 37x54

 

 

29) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 44x73

 

 

30) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 57x67

 

 

31) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 57x67

 

 

32) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 70x70

 

 

33) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 70x70

 

 

34) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 70x70

 

 

35) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 70x80

 

 

36) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 70x80

 

 

37) CIELO, 1990

Olio su tela, cm 70x80

 

feliscatus@sicula.com

 

 

 

Nel mese di febbraio del 1990 venne a mancare mia madre. Quel forte dolore, in un primo tempo, mi rese pressoché insensibile. Ma nella mano, da allora, il contatto unico, tuttora vivissimo, che per un attimo ebbi – lei sul letto di morte e oramai di pietra –  con la sua fronte, la sua faccia che nel giro di pochi giorni  sarebbero diventate niente più che nulla.

Ero più solo di prima. Era diventata sorda tanta parte di me. Riuscivo però a sentire benissimo tutte quelle cose che prima non udivo, non conoscevo. Camminavo facendo tre passi avanti e due indietro, con la memoria del quarto passo giravo attorno al terzo per legarlo a me e non farmelo scappare. Nella mia vita c’era meno passato e più presente. Un presente più pesante, più pieno, radicato. L’istante dilatato all’infinito cominciò a correre rotolando a valanga. Il bisogno di non fare pittura, la necessità di fare scultura. A poco a poco, in mezzo a tante difficoltà di realizzazione, l’Arancia azzurra di terracotta prese consistenza, e come un frutto maturo, al tempo giusto, me lo ritrovai tra le mani. Quale protagonista poteva essere più indicato in un anno che si era aperto in modo tanto struggente? La sola pittura circoscritta al solo mese di agosto e ad una dozzina di tele con paesaggi sospesi tra cieli e mari indistinti, prevalentemente grigi. In novembre, tra incomprensioni e altrui noncuranza, fui totalmente partecipe di pagine terse come il mare del nord. Eteree, incantate. Prive di tutte le emozioni che non fossero quelle provate dall’acqua quieta che riflette se stessa, dalle estremità di un cielo curvo che abbraccia un mare piatto e senza fondo. File e sequenze di bianchi come assopiti desideri di luce, piccioli stellari cui chirchiriddi 'nturciniati che erano uguali a riverberi su metalli preziosi; onde oblique, bloccate; colori come eco di pennellate mute, frammenti chiusi che sbocciavano sulla sovrapposizione di una linea; progressive, isolate verticalità. Cosa non fu mai la mostra di Arance azzurre di terracotta! Riuscii a creare quello spazio-tempo indefinibile tra cielo e mare in mezzo al quale rimasi, contento di farlo, ad aspettare ogni evento o, indifferentemente, la loro totale diserzione. Pur contenendolo ero dentro quel labile confine tra tutto e nulla.

Mi lasciarono solo a preparare la mia esposizione, e ne fui felice.

All’inizio non sapevo come l’avrei sistemata. Non sapevo dove mettere le mani, ma di ciò non mi preoccupai minimamente. Tante volte cambiai di posto le sculture, mi misi a giocare a scacchi con esse. Dopo seppi che stavamo tutti quanti giocando dalla stessa parte contro nemici subdoli e meschini: il disordine mentale, la precarietà, la faciloneria, la filosofia dell’uno vale l’altro tanto è lo stesso.Non ero agitato, ero solo con le mie arance. Potevo abbracciare lo spazio tutto della galleria e non solo le pareti. Anzi, la galleria cominciò a collaborare attivamente cambiando, senza consumare lentezza, i suoi connotati per conformarsi, così da non recare disturbo, a tutto quello che non aveva nessuna intenzione di atteggiarsi a dominatore assoluto, ma di nutrirsi soltanto, da poeta non belligerante e in perfetta armonia, di quell’aria che non respirava e che si affermava, o meglio si imponeva, come unico, silenzioso spazio vitale.

Solo quando capii che niente più doveva essere cambiato di posto, mi dissi, seduto a guardare, che avevo finito. Se avessi potuto, quella mostra, l’avrei lasciata lì per sempre. Era come io la volevo: Trasparente, equilibratissima. Pura sulla sommità di piedistalli tutti bianchi, di diversa grandezza e di diversa altezza. Una campagna, una muta città d’acqua. Gemiti di lava caldissima che il cielo aveva raffreddato e dipinto d’azzurro. Erano caduti ed erano rimasti lì, fermi,  con gli occhi chiusi. In coro una sola, flebile nota: per sempre. Alberi da frutta sulla luna. Io, un gabbiano fermo a mezz’aria con le ali aperte, in attesa di veder muovere qualcosa. Arance che galleggiavano sulle onde e piccoli sassi di mare. Alcune affioravano appena, altre erano immerse per metà. Come un lago ghiacciato su un vulcano spento con tanti alberi attorno. Senza vento, le tenebre lontane. Splendide come ali di marmo sull’erba diurna bianca, verde, azzurra, unica. C’era il mare. Sì, c’era il mare, ma non era un mare mediterraneo, era un mare di montagne lontane, sulla cui superficie si elevavano picchi maestosi innevati. Come l’oblio di quel viaggio in aereo che in febbraio mi aveva portato da Milano in Sicilia. Come quel cielo che avevo visto verde, azzurro, limpido rosa all’orizzonte sopra le nuvole tutte bianche.

G.S.