FELISCATUS II
1995: IL PITTORE E LA MODELLA
1) IL PITTORE, 1995 - Tempera su tela,cm 30x20
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2) IL PITTORE, 1995 Tempera su tela, cm 30x20
3) IL PITTORE, 1995 Tempera su tela, cm 30x20
4) IL PITTORE, 1995 Tempera su tela, cm 30x20
5) L'INNO ALLA LUNA DEL PITTORE, 1995 Tempera su tela, cm 30x20
6) IL PITTORE, 1995 Tempera su tela, cm 30x20
7) IL PITTORE, 1995 Tempera su tela, cm 30x20
8) IL PITTORE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 24x18
9) LA PAUSA DEL PITTORE, 1995 Tempera su tela, cm 20x30
10) LE MODELLE DEL PITTORE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
11) LA MODELLA CON I FIORI, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
12) IL PITTORE E I FRUTTI STOICI, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
13) LE MODELLE IN RIVA AL MARE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
14) IL VIAGGIO DEL PITTORE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
15) IL PITTORE SUL MARE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
16) IL PITTORE E LA MODELLA, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
17) IL VOLTO DEL PITTORE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
18) I DIALOGHI DELL'ALTRO PITTORE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
19) IL PITTORE CHE VIAGGIA E CHE SOGNA, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
20) I RICORDI DEL PITTORE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
21) IL PASSATO DEL PITTORE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
22) IL SONNO, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
23) LE MODELLE IN RIVA AL MARE, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
24) IL PITTORE E LA MODELLA, 1995 Tempera su cartone telato, cm 20x30
25) IL PITTORE IN RIVA AL MARE, 1995 Tempera su tela, cm 20x30
26) LA PAUSA DELLE COSE, 1995 Tempera su tela, cm 20x30
27) IL PITTORE, 1991/95 Tempera su cartone telato, cm 35x25
28) PER ALTRI LIDI, 1995 Olio su cartone, cm 20x15
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Con le vere sembianze: quelle animali di
gatto. Da una parte del quadro e anche dall’altra. I miei occhi felini,
per quanto ne so, ora stanno
nella doppia curva di Borghetto, rapidamente salendo con l'amata aria
intorno, financo discendendo con la batteria
delle ventiquattro ore in via de’ Pellicciai, senza acqua, torrenti o
fiumi gialli talvolta pieni di galleggianti escrementi d’insettivori ostinati o
di cascate secche come i vortici degli occhi coi sassi incastonati;
cascate che un dí furono, che poi scomparvero alla vista ché tenute in
serbo col rancore da gamberi di fiume e cicale di montagna. Il davanzale
di marmo è freddo, su di esso, ed è ormai sua,
una mezzaluna il vento ha disegnato,
incisa il chiavistello; la fonte è alta, adesso, e le tombe dei
giganti svettano più dei cipressi là, in alto tra le ville alla moda e
l’erba alla brace nel dondolante olezzo, tra le lontane onde e le
farfalle bianche che ci sono e non ci sono. Acca scalea come leziosa acqua
dal fondo, help per gli osservanti in tremante attesa. Luna lisa nei
vestiti argentei, ne “i trippiaturi” dei conigli tra i fasci di versi
sciolti, tra monti di lepri e cacciatori, macchie umane a guisa
d’inchiostro di china sparso sui frutti caduti, giardini pensili turriti
e luntani ciammariti rutti e ciavuru di mintastru, ciavuru di ciuri.
Ciuri, ciuri di tuttu l’annu. E tuttu l’annu ci sunnu.
I fiori mi piacciono poco. Secondo l’umore. Bisogna preservarli i
fiori, accendere l’indovino e farlo cantare saltando quei bassi muri coi
vetri rotti in cima, gli antifurti musivi fatti di fondi verde acqua e
glauchi che traguardano il mare inavvicinabile, qualche volta azzurro,
sopra i tufi gialli. Vecelliocorno in fiamme? Per nulla interessante: Di là
da venire, come cose altre e, adesso sì, giustappunto ci vuole,
importanti come poche. Caldo, caldo, di tanti gradi quanti i miei
anni all’ombra della vita, caldo sull’attenti, lucertole sui pagliai
di canne secche zeppi di aghi di pino che, da sotto in su,
si spezzano al primo zufolo, vestigia d’argilla, robinia di
sfregazzi bianchi, stridio di
grilli in nessuna ora strana delle due. Nessuna quota per i muri bassi né
dei gonfi trulli affissi sull’etereo sapore di terra, nessuna sezione
a un metro, dieci metri, all’universo sconfinato di metri, alle pagine
di Joyce e agli anni luce. Ubriaco più che mai di colori e trementina
continuo liberando tutte le ruote in una sola direzione, quella dei buchi
neri dentro il mozzo slavato e piumato a più non posso. Donna, modella
felina, donna modella, solo femmina muschio di luna a nord della
primavera, regina d’incanto, modella di curve e donna di corse, dama di
flessuose mosse, donna d’ulivi dai motti trasse l’ora di Minosse. Fu
due volte sirena, sirena di mare e acqua di terra, fuochi blu e fiamme
cremisi, al rogo tutte le virtù, sanguigna di pastello, occhi dolci di
frutta candita, marzapane per i miei denti, miele per le mie mosche, acque
non-morte per le mie zanzare, gerani color sangue per i miei balconi
verdeggianti, viola per le mie viole, musica per le mie orecchie,
cicatrici dormienti sulle mie ferite sempre aperte, polvere di notte per
il mio sonno abbozzato e inquieto che all’aquila felina usa carme ogni
giorno dopo. Faccio fatica a riconoscere i connotati umani. Per vero in
pittura interesse in essi non trovo. Mi piacciono? No, non mi piacciono i
bizzarri tratti umani, non li riconosco. No, non mi piacciono queste
cosiddette facce, ad ogni ora posticce. È la mia memoria breve a
rifiutarle. Ad esse invero preferisco la lenta età di peli e musi, di
assenso e visi, di fusa di gatti. G.S.
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