FACCIA DI TELA SCURA
1) F.BCN, 2003 - Matita e tempera su cartone, cm 30x22,5
2) F.BCN, 2003 - Matita e tempera su cartone, cm 34x21,5
3) F.BCN, 2003 - Matita e tempera su cartone, cm 33x22,5
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4) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 38x30,5
5) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 35,5x30
6) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 35,5x30
7) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 33,5x30
8) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 31,5x24
9) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 34x30,5
10) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 33,5x21
11) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 30,5x12,5
12) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 34x22
13) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 24x17
14) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 29x26,5
15) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 25x23
16) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 24x13,5
17) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 32x37
18) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 16x29
19) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 29,5x27
20) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 33,5x30
21) F.BCN, 2003 Matita e tempera su cartone, cm 33,5x20 |
A Francis Bacon
Fu sulla lingua di bue tagliata a fette che
intonai per centomila volte una canzone. Andando avanti, seduto, come se fossero vidi colature
rosse di caldaie e radiatori sentii puzza di
gomma bruciata e bruciore nessuna parola ammainò l'attesa. I fiori passano e
corrono gli alberi si
sorpassano e corrono le cose, le ruote
bussano e corrono. Tutto è fermo
all’incontrario anche l’opposta
direzione del vento reso ignudo dalle
pieghe di una tenda lucidata a
specchio posta tra le
doppie ali gratinate di un libro aperto.
Il colore scuro
scompone e contagia la timidezza congenita
dell’etichetta: questa Tirata per il collo si disfa. Si strozza, si strappa in
prossimità dell’unico Tolgo il tappo ad
una bottiglia sola che ha sulla patina di
brina. Ogni connotato, il nome presto
spariranno mentre il fischio della latrina continua a rodersi le dita.
Ho mangiato pane
e olive greche ho bevuto una
birra bendata ho rivisto il
sole rosso che poco prima, riflesso, ho
creduto si trovasse dalla parte opposta. Un attimo di
stordimento e poi …via col vento ma sì, con
quattro gambe. Domani è un
altro giorno con due soli. La vernice
dell’asfalto è il battistrada
delle ruote. Nelle ruote ho
scolpito la storia delle ruote limando e
allargando i boccaporti anfibi. Se potessi togliere dal cervello tutto ciò che di pesante lo ingombra e se potessi renderlo libero come quello che in qualche folata estiva vaga nei miei vent’anni, non in questo tempo senza volto, privo di identità, non più riconoscibile, fatto di segmenti ansimanti. Con un brivido ho sentito qualche cosa di metallico, come una grossa forchetta ricurva di alluminio che, grattando l’incavo delle ossa craniche, stacca, nettando, l’una faccia e l’altra, rispettosa dirimpettaia ad ogni costo pensante, di questa massa grigia e molliccia come vecchia nebbia che un tempo fu ardita e variopinta modella di pittore, richiamo e all’erta circonfusi di carne tritata resa compatta da un sacco anch’esso molle e trasparente, da riporre con cura e congelare, da pattume, o sterile custodia di preservativi da puttane. Il
treno si ferma e finisce ogni incanto. Non
si sfoglia la realtà, si leggono le pagine con l’intuito. Le dita
ossute rimangono secche, questo sì, e partono in attesa di ogni
movimento, si attaccano alla tessitura rachitica di poche ragnatele e
morendo si cullano dosando i lamenti e soverchiando l’ultimo carbonico
respiro; ogni celebrazione viene bloccata dall’assenza di tutto, i bei
ricordi sono fantasmi il cui solo sentore palpabile di muffa arriva, si fa
per dire, con l’incipiente approssimarsi del suono strabico delle
catene, anche il rosso delle città d’agosto è disposto in quadrato per
la lotta. Non l’ultima, né la prima del ritorno. Poi
rimane vuoto ogni guanto della vita. Un metro verde
acceso per portachiavi. Un angelo di
gesso acido ridotto in tanti pezzi. Una bomboniera
con il nastro azzurro e piccole rose
bianche finte. Un’alzata di
vetro e basta sopra il
tappetino del telefono che non squilla il cui filo è
servito ogni giorno per impiccarsi
alla vita. Quante frange,
questo sfilacciamento, di tanto in
tanto, là in mezzo, una fune, per
saltare da una parte
all’altra del burrone; per non cadere
nel precipizio.
G.S.
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