TAVOLOZZA, TAVOLOZZA!
1) LEI MI PARLA, 1991 - Tempera su cartone telato, cm 30x40
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2) TALAMO DEL MARE, 1991 Olio e tempera su cartone telato, cm 30x40
3) TELA DI MORTE, 1991 Olio e tempera su cartone telato, cm 24x18
4) LA LUCE DELLA LUNA, 1991 Olio e tempera su cartone telato, cm 30x40
5) IL MARE, 1991 Olio e tempera su cartone telato, cm 30x40
6) TANTE TAVOLOZZE, 1991 Tempera su cartone telato, cm 35x50
7) I COLORI, 1991 Tempera su cartone telato, cm 30x40
8) IL TRENO, 1991 Olio e tempera su cartone telato, cm 30x40
9) CON POCA VOCE DAL PROFONDO, 1991 Olio e tempera su cartone telato, cm 30x40
10) LUI E LEI, 1991 Tempera su cartone telato, cm 30x40
11) IL CAVALIERE, 1991 Matita su carta, cm 21x13
12) IL CAVALIERE E LA PRINCIPESSA, 1991 Matita su carta, cm 13x21
13) IL CAVALIERE, 1991 Matita su carta, cm 21x13
14) IL RE E LA REGINA, 1991 Matita su carta, cm 21x13
15) CASTELLO DI TAVOLOZZE, 1991 Matita su carta, cm 13x21
16) IL TRAMONTO, 1991 Matita su carta, cm 13x21
17) IL TRENO, 1991 Matita su carta, cm 13x21
18) LA FUGA, 1991 Matita su carta, cm 13x21
19) L'ISOLA, 1991 Matita su carta, cm 13x21
20) L'ISOLA, 1991 Matita su carta, cm 13x21
21) L'ISOLA, 1991 Matita su carta, cm 13x21
22) CANTO ACUTO, 1991 Matita su carta, cm 13x21
23) IL GUERRIERO, 1991 Matita su carta, cm 13x21
24) TANTE, 1991 Matita su carta, cm 13x21
25) LA TORRE, 1991 Matita su carta, cm 13x21
26) LA TORRE II, 1991 Matita su carta, cm 21x13
27) CANTO ALLA LUNA, 1991 Matita su carta, cm 21x13
28) IL GOBBO COI MOON-BOOT, 1991 Matita su carta, cm 21x13
29) IL CANTO ALLA NOTTE, 1991 Matita su carta, cm 21x13 |
Dopo
la pittura e la scultura che come tali, nel 1990, avevano tratto la loro
maggiore affermazione dalla negazione, la presenza dall’assenza, la
prestanza dall’impotenza e dall’ambigua duttilità del valore lirico
del segno, l’anno seguente, avvicendati
ai modi lenti per quella pittura e quella scultura usati (quei modi
straziati sottocute, tumultuosi
sotto l’apparente stasi, della nascita per ogni dove di qualsivoglia
forma e della pace ultima dei sensi sparsi e persi,
che avevano riempito,
a loro modo, svuotandolo cioè di tutto il resto, l’anno dei Dondoli
e delle Arance di terracotta dipinta), nel ’91, dicevo, forti
e silenti, ma anche sottovoce, a volte pacati, altre stridenti, in una
agitazione costretta, udii gli insistenti suoni ultravioletti di una
corsa, di una rincorsa infrarossa, del bisogno, in un blu tranquillo dalla
memoria lancinante, di un ritorno, a qualsiasi condizione, sia pure
temporaneo e per certi versi effimero,
alla pittura: questa Musa e Nausicaa arcana e nemica mi bruciava
dentro cibandosi, con un intenso odore cannibale e terribile, del mio
torace curvo e capiente quanto mille albe di speranze negate. Venne fuori
la necessità di ricomporre i resti della tavolozza
– simbolo
dalle belle fogge, e solo quello, perché,
ritenendola quanto mai scomoda, non
l’ho mai utilizzata per dipingere –
già
rifiutata e spezzata, i pezzi di un telaio già divelto. E mutarne il
senso attinto, alla tavolozza, di nuovo capovolta e con muto assenso nella
somma indifferenza appaiata, da strumento negato e distrutto,
reso immacolato e sterile, divenuto
reperto, nel ridotto affetto, al servizio di altre forme, a indiscussa
protagonista di un percorso di sola andata, senza fremiti e senza sorriso
alcuno. Tavolozza che coi fumetti (mi piaceva leggerli, un bel po' di anni
fa, e lo facevo anche al lume di candela, giocando con le ombre della
grana della carta che si allungavano sulle espressioni esagerate e sulla
grafia risonante delle parole) parlava una lingua muta che volevo a tutti
i costi provare ancora a sentire. Quindi dal sonno filosofico dei Dondoli,
dalla quiete assoluta, dall’assenza dell’anima dei fossili
– per
tutto il 1990 gli unici musei che mi veniva spontaneo frequentare
erano quelli di Storia Naturale, tanto lontani nel tempo da
risultare privo di senso qualsiasi coinvolgimento emotivo che non fosse
l’estasi per la pura forma, nella quale il fatto che in un’epoca
remota ci fosse stata vita era una cosa del tutto trascurabile –
alla
dolce malinconia, all’inquietudine del sogno vero, agli orizzonti scuri,
evocativi, al mare di Böcklin e Magritte (volevo tanto una totale
riappacificazione con Magritte). Il
ritorno alla pittura in un mare calmo dipinto, l’affetto ritrovato per
gli strumenti già divenuti
inservibili per l’uso per il quale erano stati creati; un
desiderio forte, rabbioso e al contempo contenuto, diluito nell’acqua
appena increspata del mare. Le
difficoltà enormi. Qualcosa era irreparabilmente scomparso, perduto per
sempre. Io ero cambiato. E
ancora una volta il mare come luogo. Mare di sogni luminosi e grigi, di
colori lontani che a volte hanno in sé una potenza tale da far deglutire
una vita intera; e la luce
della notte che da ragazzo tanto amavo (uno dei quadri di cui mi
innamorai, e a cui tuttora penso come pittura che è uguale a vita,
stagioni e ore sovrapposte, tempo fermo lontano ma attaccato alle dita,
memoria, malinconia e gioia, è Un uomo e una donna al chiaro di luna di
Friedrich). Le tavolozze di allora erano isole di pittura che emergevano e
viaggiavano, volti muti di pittura come di pesci che boccheggiavano in
sogno, che mai avrebbero potuto parlare, e se un giorno al prezzo di
un’estenuante fatica fossero riusciti a farlo, questo allarmato ultimo
suono si sarebbe sciolto nel sonno lento dell’acqua, morbida come gomma
dai buchi arenati appena impossibili,
scura come l’asfalto furtivamente aperto dal sole claudicante sul
filo di lana dei temporali che premono, giù, giù verso la fine di
agosto, sull’urlo di una zampa calpestata. G.S.
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