1983-86
1) AUTORITRATTO, 1984 - Olio e tempera su tela, cm 80x80
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2) APPUNTI DI VIAGGIO DA ROMA A PARIGI, 1983 Tempera su tela, cm 70x70
3) COSE INUTILI, UTILI, NECESSARIE, INDISPENSABILI DENTRO LA PITTURA(part.). 1984 Olio e tempera su tele e cornici sovrapposte, cm 80x80
4) MARIELLA A PARIGI, 1984 Olio e tempera su tela, 60x60
5) LA NEBBIA E IL MARE, 1984 Olio e tempera su tela, cm 90x70
6) LA NEBBIA E IL MARE, 1984 Olio e tempera su tela, cm 90x70
7) DUE VOLTE LA NEBBIA E IL MARE, 1984 Olio e tempera su tela, cm 120x80
8) LA NEBBIA E IL MARE, 1984 Olio e tempera su tela, cm 90x70
9) LA NEBBIA E LA PIANURA, 1984 Olio su tela, cm 90x70
10) ATTESA, 1984 Olio su tela, cm 100x100
11) SUR LE SOIR, 1984 Tempera su tela, cm 100x70
12) NATURA VIVA: ALBERO, 1984 Olio e tempera su tela e tavola, cm 112x92
13) NATURA VIVA: ALBERO (part.), 1984 Olio su tele e cornici sovrapposte, cm 114x114
14) NATURA VIVA: ALBERI, 1984 Olio su tela, cm 80x80
15) NATURA VIVA: ALBERO, 1984 Olio e tempera su tele e cornici sovrapposte, cm 58x58
16) SVILUPPO PLASTICO ASTRATTO, 1984 Olio e tempera su tele bucate e cornici sovrapposte, cm 95x95x8
17) SVILUPPO PLASTICO ASTRATTO, 1984 Olio e tempera su tele bucate e cornici sovrapposte, cm 71,5x71,5x18,5
18) LE ORME DELLA CULTURA IL VENTO, ANZICHÉ CANCELLARE, SPOSTA DI UN PASSO. 1984-85 Olio su tela, cm 80x80
19) IL GIOCO DELLA CULTURA E DELLE SUE OMBRE (part.), 1985 Olio su tele e cornici sovrapposte, cm 116x116
20) SCULTORE, GATTO, FRUTTI E PAESAGGIO. 1985 Olio su tela, cm 70x70
21) NATURA VIVA, 1985 Olio su tela, cm 75x70
22) COSE INUTILI, UTILI, NECESSARIE, INDISPENSABILI. 1985-86 Olio su tela, cm 80x80
23) COSE UTILI, NECESSARIE, INDISPENSABILI (part.). 1985 Olio su tele e cornici sovrapposte, cm 130x130
24) MAGNA GRECIA SICULA, 1986 Olio su tela, cm 110x100
25) FIORI E PAESAGGIO, 1985-86 Olio su tela, cm 50x40
26) BALDASSARRE CASTIGLIONE DA RAFFAELLO, 1986 Olio su tela, cm 90x70
27) MARGARETHA VAN EYCK DA VAN EYCK, 1986 Olio su tela, cm 50x40
28) L'ARIOSTO DA TIZIANO, 1986 Olio su tela, cm 30x24
29) UOMO COL TURBANTE DA VAN EYCK, 1986 Olio su tela, cm 30x24
30) L'UOMO DAGLI OCCHI GLAUCHI DA TIZIANO, 1986 Olio su tela, cm 50x40
31) RITRATTO DI EDOARDO, PRINCIPE DI GALLES, A DUE ANNI DA HOLBEIN IL GIOVANE. 1986 Olio su tela, cm 30x24
32) LUCREZIA DEL FEDE DA ANDREA DEL SARTO, 1986 Olio su tela, cm 30 x24
33) UOMO COL TURBANTE DA VAN EYCK, 1986 Olio su tela, cm 70x70
34) RITRATTO DI GIOVANNI SENZA PAURA DA VAN EYCK, 1986 Olio su tela, cm 50x35
35) PAESAGGIO, 1986 Olio su tela, cm 50x35
36) BINDO ALTOVITI DA RAFFAELLO, 1986 Olio su tela, cm 30x24
37) GENTILDONNA DA ANTONIO DEL POLLAIOLO, 1986 Olio su tela, cm 35x25
38) CARLO VII DA FOUQUET, 1986 Olio su tela, cm 50x50
39) RITRATTO DI GIOVANETTO DA PONTORMO, 1986 Olio su tela, cm 70x60
40) MILITARE CON GRANDE MANTELLO DA REMBRANDT, 1986 Olio su tela, cm 80x70
41) RITRATTO D'UOMO CON CAPPELLO ALTO E GUANTI DA REMBRANDT, 1986 Olio su tela, cm 70x70
42) I FIGLI DI AFRODITE, 1986-87 Olio su tela, cm 115x140 |
Il
primo quadro come fuochi d’artificio nella notte. Scintillio
d’immagini. Mia moglie, io, una canestra di frutta, un panno bianco; la
gente, ancora mia moglie che si sposta, un paesaggio toscano. Come
quei fuochi di pianura visti dalla sommità di una collina, nell’eco
della debole luce di una casa di campagna, che, or non è molto, sul
reclinare di un dì, mi hanno fatto diventare oggetto d’osservazione.
Timidi e discreti singhiozzi, quei bagliori, in un blu scuro precoce. Un
interrogativo pieno avanzato dal libero arbitrio di multiformi
sovrapposizioni di foglie che si muovono nella lieve brezza serale, pone
dei limiti all’evoluzione coloristica, dritta o curvilinea, delle scie
luminose che s’innalzano scattando, dando a distanza ovattate notizie di
sé. E questi casuali e volubili sbarramenti che si manifestano come
un’intrusione, mimetizzati nel buio che li accoglie e per certi versi li
accentua, creano punti vuoti, aperture smisurate di voragini atte ad
ingoiare liberazioni minuscole eppur pesanti, in una via percorsa da una
favilla che, nella velocità con cui prorompe, ha già il salto ultimo con
cui si consuma. Poi,
nei quadri che seguirono, una presenza unica, quasi sempre di profilo, e
qualche accenno, di una leggerezza che sfiora l’inconsistenza, ad una
realtà molto lontana. Oppure un’inferriata che la separa dal vuoto,
soltanto per ribadire che mia moglie non ha niente a che vedere col vuoto,
anzi ne è l’opposto. Massima pienezza nella scarna ed essenziale
descrizione. In
questo inizio né freddo né caldo né tiepido di una stagione né fredda
né calda né tiepida, passo a guardare il passato con la memoria, faccio
in tempo a cambiar tempo e temperatura della carta che mi dà il permesso
di scrivere colori notturni. Quei quadri parlavano dell’infinito amore
che a Mariella portavo e porto per due ragioni: perché l’amavo e perché
era stata capace di ricondurmi alla pittura. È buffo parlare di ragioni
in amore e in pittura. Non c’erano né ragioni né compromessi con le
spinte a fingere; tutto era perfettamente liscio come una coerenza
bicolore. L’evoluzione
prese e tenne il banco, e venne il tempo in cui il chiaro di luna nella
notte dei colori scuri, mai opachi, non fu più solo, lo spicchio di
pallida luce dalle sottili e trasparenti varianti di tono del viso di mia
moglie ricominciò, lentamente, a contornarsi di ciò che per un periodo
era rimasto in disparte, contento di quello stato di vigile e vagante
aspettazione. Mariella diventò nei quadri successivi lei e tanto altro,
lei e il suo spazio, lei e me. Apparvero, per aprirsi via via sempre più,
la natura dei vivi e delle cose che animate facevamo diventare, la cultura
acrobatica, acquatica nel piacere della sovversione cronologica, i colori
mutanti nel mondo fatto prismi di cristallo riflettenti e altro, altro
ancora: i sedimenti culturali su cui a volte si può evitare di sostare ma
non svicolare perché, così facendo, ci faremmo mancare la buona terra
d’ombra sotto i piedi, sfondando il ghiaccio in una caduta solo in
apparenza liberatoria. Il desiderio e, anche se non sempre, il bisogno di
rimozione, erano riusciti ad allontanarli solo temporaneamente. Le
orme della cultura, il vento, anziché cancellare, sposta
di un passo la più benvenuta delle complicazioni. Insieme a
Mariella, ai colti richiami presenti assieme alla voglia di rimuoverli,
l’essenza di un albero. Una grande via, quanto mai regia, anche se
d’una pennellata al di là dell’abbozzo, accolta e annidata sulla
tela, tra una passione sensuale e il sensuale piacere di dipingere per
dipingere: un albero con una luce in più. Perché
Cose inutili, utili, necessarie, indispensabili? La costruzione
estremamente particolareggiata di ogni singola parte, la sovrapposizione,
strato su strato, cesello su cesello nell’armonia del tutto, la bellezza
e l’accordo studiato fin nei più piccoli particolari, quindi
l’equilibrio e la classicità, nel rifiuto volontario e lucido di
stonature, venivano messi ad agire sull’esatto luogo. Non credo che
c’entrasse molto un parallelo con le Vanitas e le loro
implicazioni moralistiche; no, proprio no. Si trattava piuttosto del
rifiuto, quanto mai affinato – ripeto nel disegno aureo del perfetto
equilibrio – di una cristallina ricerca pittorica coerente con ciò che
allora pensavo. Ho
sempre cercato di stabilire un contatto pieno tra un quadro e lo spazio
che gli sta attorno, come se tutti e due fossero una cosa sola. Ho
cercato, con costanza e direi un ferreo convincimento inalterabile al
mutare degli umori, l’unione e non la separazione di questi due
componenti, uno dei quali variabile ma anch’esso assolutamente
necessario, di un risultato compiuto, inteso nella sua totalità. Tra il
1984 e l’85 ciò mi premeva più che mai. Evidentemente spostando il
quadro lo spazio che l’accoglieva cambiava da un luogo all’altro, era
perciò molto difficile prevedere tutte queste numerose possibilità.
Occorreva che il quadro (sarebbe più giusto parlare di quadro-scultura
perché queste ricerche si manifestavano anche con un’aggettante terza
dimensione) si portasse appresso uno spazio intermedio che servisse sempre
da trait d’union. Nacquero così gli Sviluppi plastici astratti. Effettivamente
fu una vittoria a metà; nel senso che mi scontravo con lo stesso problema
che si ripeteva allargando l’interesse da coinvolgere – e di questo
ampliamento, dopo la prima euforia, sentivo il bisogno –, in conseguenza
di ciò venivo ad avere nuovi limiti: il confine tra il muro e il soffitto
o il pavimento, ad esempio. Vero è che la voce della linea di unione, già
di separazione, man mano che si allontanava dal nucleo iniziale, perdeva
un po’ della sua presenza e consistenza, e il nuovo limite che due parti
destinate volenti o nolenti a convivere acquistavano si faceva sentire
sempre meno. Quindi un risultato c’era e bastava quello per continuare.
In più gli Sviluppi plastici astratti avevano in sé un movimento,
una pulsazione che faceva sì che lo sguardo andasse avanti e indietro, si
allargasse e si restringesse rendendoli in qualche modo vivi. In
natura si verificano, perciò ci sono, ma non solo, con modo di fare e di
dire disinvolti, senza dare il minimo peso alle meraviglie che esse stesse
producono, si appalesano appieno, cose che racchiudono nel tutto e nel
particolare la loro essenza e quindi la nostra. L’orizzonte,
quale linea di demarcazione che unisce può essere più veritiera (in
quanto ci è assai familiare, è in noi, da qualsiasi parte ci giriamo
riusciamo a vederla, al mare nella sua più spettacolare purezza e
semplicità)? E proprio lì, nella più chiara delle sue manifestazioni,
quale confine diventa più presente ma nello stesso tempo più labile e
improbabile, quale linea più dell’orizzonte riesce a suscitare, pur
nella consuetudine della visione, domande sempre nuove, mai limitatamente
romantiche, a darci la misura perfetta della dimensione, nel tempo e nel
suono dolce e brillante insieme, nostro con tutto noi stessi, delle onde
che si susseguono avvicinandosi per poi lambire i nostri piedi? L’onda
non è forse l’orizzonte che il tempo, spostando lo spazio, disfacendolo
porta a noi – prima spettatori poi partecipi perché caduti dentro una
distruzione per un recupero – la parte in causa non di una perdita bensì
del cambiamento di forma e dimensione di un fatto? E se davvero quella che
si disgrega davanti a noi in quel momento è solo una piccola e breve
porzione d’orizzonte, e se poco prima questo stesso tratto o momento
poteva essere interrotto da una barca non molto lontana, da un uccello che
volava basso, da una donna che passava, dalla sabbia che il vento faceva
muovere, quanta differenza c’è, se ce n’è, fra un sasso e una barca,
un gabbiano e il vento, tra una nuvola e un’onda? Vorrei
parlare dell’amore che porto all’acqua dentro il desiderio di vedere
il sole in una bella giornata di pioggia, ma se lo facessi adesso mi
ripeterei perché l’ho già fatto. La pioggia! Cosa più della pioggia,
pur essendo frammentata, acqua divisa in innumerevoli parti – pioggia,
appunto – che si rincorrono una dietro l’altra e davanti a un’altra
ancora, più o meno grandi e perciò più o meno veloci, più o meno
colorate e non solo di riflessi, unisce la terra al cielo? Quanto siamo
uniti al cielo e quanto alla terra, quando i nostri piedi bagnati anziché
poggiare sul suolo asciutto si immergono nel fango? O quando dopo aver
sfiorato il fondo del mare risaliamo in superficie per prendere aria? O
quando siamo in una grotta? O, ancora, quando facciamo un salto? Quanto la
creatività e l’immaginazione o la memoria fuggono da noi per toccare in
un attimo momenti e luoghi vicini oppure lontanissimi? Ricordo
le poche parole dette dal figlio di un critico e critico d’arte
anch’egli – meno professionale del padre nel dichiarare il suo
mestiere, ma proprio per questo più subdolo nella limitatezza della
definizione di sé, che spudoratamente, proprio nella ritrosia a darsi un
appellativo congruo, metteva in mostra la malcelata richiesta, o meglio
pretesa, di sentirsi dire dall’interlocutore di non essere modesto –
al cui padre portai, per farglieli vedere, due quadri: Le orme della
cultura il vento, anziché cancellare, sposta di un passo e Cose
inutili, utili, necessarie indispensabili dentro la pittura. Senior,
più sapiente e più saggio, con la mente sul futuro del mio lavoro
evidentemente per lui non molto roseo, mi disse: “Lei dipinge niente
male però la famiglia è una responsabilità e per mantenerla occorre che
eserciti un mestiere più sicuro e più redditizio”. Junior si limitò a
fare un’insignificante osservazione a uno dei quadri da me portati:
“Che modo curioso di mettere le tele!”. È
evidente che dalla sua bocca non potevano uscire parole più sciocche. Ciò
che per me era, in quel periodo, il modo stesso di stare dentro la vita e
dentro la pittura, di capire il mio essere vivo nel valore da dare a
quanto mi circondava in un’esuberanza straripante di cose da vedere e di
cui godere, che mi dava momenti di gioia così intensi da dover chiedere
aiuto a quella parte di me che pittore non era per poterne contenere la
grandiosità sublime, la pace senza limiti che il massimo equilibrio
conduceva a me e piacevolmente assestava i pilastri di un’edificazione
prospettica grandiosa, per quella persona, stentavo a crederlo, era
soltanto un piccolo giochetto. Ma, sempre coi pensieri dubbiosi di chi mai
s’accontenta dell’apparenza della verità, chiesi a me stesso: “Se
nel quadro non riesce a vedere niente più che un capriccio formale, è
colpa della sua insensibilità, che egli scialacqua con orgoglio quando
anch’essa, volendo, va tenuta da conto, dei suoi occhi posti sotto la
fronte per arginare profonde rughe di immani sforzi cognitivi, oppure
della incomunicabilità di quanto ho fatto? E se anche così fosse, cosa
cambierebbe? Incamminarsi sulla strada per raggiungermi è compito suo,
io, quando il buon umore mi consente di farlo, posso tornare un po’
indietro per poi fermarmi ad aspettarlo, anche se so che è tempo perso.
Lo squallore non è di ciò che inanimato adagia per terra uno smarrito
luccichio riflettente ma di chi, camminando, sull’arroganza ripiega
perché agio dei vuoti e sordido riparo da un perché di troppo. Sì,
posso fermarmi; ma una sola volta, non di più”. Felice
di non aver ascoltato il vecchio saggio e di non aver dato peso alle
parole del giovane rampollo, la mia memoria e la mia mano, ebbre di gioia,
mi ringraziano per tutte le conquiste venute dopo. Questo
quadro lo portai, verso la fine dell’84, in una Galleria di via
Borgonuovo a Milano. La titolare, tendente ormai alla decadenza, l’avevo
conosciuta qualche settimana prima. Era una persona tutto sommato cordiale
e spesso assai loquace; a volte risultava assente, forse perché viveva più
nel passato che nel presente. Mi disse che prima di decidere qualsiasi
cosa doveva farlo vedere al suo pittore prediletto. Figuriamoci! Per me
quel pittore era solamente uno che metteva in bella copia Morandi.
Comunque glielo lasciai. Rimase in galleria per un mese circa, andai a
riprenderlo in gennaio. Non
saprei dire quante volte quel pittore vide il dipinto, penso non poche e
la prova di ciò in quello che lui dipinse dopo non si fece attendere.
Quella Galleria chiuse i battenti dopo breve tempo. I
fondi molto scuri furono una scelta obbligata dalle ragnatele di sangue
che liberamente nuotavano nel vitreo dell’occhio sinistro e non un
portato coloristico di un indirizzo stilistico prescelto. Non sceglievo
niente: mi facevo guidare dalle cose, dai nuovi luoghi, e mettevo nero su
bianco, o meglio bianco su nero, diafani e roventi, luccicanti appunti
come paletti indicatori di emozioni e luoghi talmente vasti che contenerli
era pressoché impossibile. Una certa profondità coloristica, certamente
di origine complessa, dopo un’interruzione di cinque anni, la
riscontravo tra gli ultimi quadri del 1978 e quelli dell’84. Questi impertinenti filamenti di
sangue, che si muovevano come inchiostro di china in un bicchier
d’acqua, erano dovuti a due emorragie avvenute a distanza di poco più
di un anno l’una dall’altra: la prima nell’aprile dell’81, la
seconda nel mese di giugno dell’anno seguente. Furono curate
fotocoagulando col laser i vasi aperti. Ci volle qualche anno perché il
sangue fuoriuscito venisse riassorbito completamente o quasi. Riuscivo a
lavorare solo in penombra e su fondi molto scuri. Se da un lato la cura
era stata indispensabile, dall’altro la mia capacità visiva da allora
si ridusse per non tornare mai più come prima. Ciò nonostante nei primi anni
successivi al mio trasferimento a Tortona, che avvenne verso la fine del
1983, sarebbero nati alcuni dei capolavori della mia attività. Uno di
questi, forse tra i più alti, certamente il quadro a cui ho lavorato di
più, è il Ritratto di scultore altrimenti chiamato Testa
d’artista o Magna Grecia Sicula. La composizione del notevole
numero di elementi prioritari e svariate comparse studiata fin nei più
minuti dettagli, al limite della vertigine; la qualità pittorica, alcuni
brani della quale – come l’armatura della spalla – di una
straordinaria bellezza, degna dei più grandi maestri del passato. Iniziai questo quadro i primi di
febbraio dell’86 e lavorando dalle otto alle dieci ore al giorno lo
terminai, spesso trattenendo il fiato per avere la mano più ferma, dopo
due mesi e mezzo. Ricordo che per fare una piccola ciocca di capelli dello
scultore impiegai due giorni. Qualche volta, dopo averlo finito, mi
capitava di dire: dieci lire per ogni pennellata che ho dato a questa tela
e sarei ricco! Mia moglie era in attesa di Sofia che
nacque il 30 di aprile. Quel quadro era esattamente quello che in quel
periodo io ero. La pienezza che provavo, la grandezza che riuscivo a
contenere. Un giorno verrà riconosciuto come un grande, importante
dipinto. G.S.
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